MOROSINI, Giuseppe – di Giorgio Vecchio – Dizionario Biografico degli Italiani – Volume 77 (2012)

Nacque a Ferentino, in provincia di Frosinone, il 19 marzo 1913 da Giuseppe e da Maria De Stefanis. Fu bambino di temperamento vivace, con una spiccata propensione per la musica. Il fratello Salvatore, di vent’anni più anziano di lui, lo introdusse già nel 1921 – come «aspirante» socio – nel circolo Fortes in fide della Società della gioventù cattolica italiana, da poco fondato a Ferentino. Frequentò il ginnasio da allievo esterno nel seminario vescovile della sua città e in questo tempo maturò la sua scelta di vita. Deciso a farsi prete e missionario, entrò come novizio nella Congregazione della missione, fondata da s. Vincenzo de’ Paoli. Dal 1930 al 1932 studiò presso il collegio apostolico Leoniano di via Pompeo Magno a Roma. Proseguì gli studi al collegio Alberoni di Piacenza e nella città emiliana continuò a coltivare la passione per la musica, frequentando il liceo musicale (poi conservatorio) Giuseppe Nicolini e componendo i suoi primi brani e concerti. Di nuovo a Roma per la conclusione degli studi, fu ordinato sacerdote il 27 marzo 1937 nella basilica di S. Giovanni in Laterano, per mano di mons. Luigi Traglia. Il giorno dopo celebrò la sua prima messa nella città natale.

Si dedicò inizialmente alla pastorale giovanile – avendo mostrato un carattere aperto e allegro che lo rendeva adatto a tale compito – e fu assistente ecclesiastico presso l’istituto tecnico navale Marcantonio Colonna, dove conobbe e divenne amico di Marcello Bucchi, con il quale avrebbe condiviso anni più tardi l’impegno nella Resistenza. Nel frattempo continuava a dedicarsi alla musica, tanto da comporre alcuni pezzi da eseguire durante il congresso eucaristico di Ceccano del 1937 e, nel 1939, per i festeggiamenti del ventennale della parrocchia del Quadraro a Roma, su incarico di don Gioacchino Rey.

Sul finire del 1939 tornò a Piacenza come assistente per i giovani del collegio S. Vincenzo. Nel novembre 1940 organizzò e diresse un concerto in favore delle missioni della sua Congregazione in Albania. Come molti altri preti del suo tempo, chiese di diventare cappellano militare, in modo da rimanere a diretto contatto con i giovani inviati al fronte. Agli inizi del 1942 fu inviato a Laurana (Lovran), nelle vicinanze di Abbazia e Fiume, presso il 4° reggimento d’artiglieria Carnaro della divisione Bergamo, impiegato dapprima nella zona di Fiume e poi in quella di Spalato durante le operazioni belliche contro la Iugoslavia e durante la fase dell’occupazione italiana.

Nell’autunno del 1942 venne richiamato dai suoi superiori religiosi e inviato a svolgere attività pastorale nelle regioni montuose della Sabina e delle aree abruzzesi contigue al Lazio, avendo come base la città di Avezzano. Svolse il suo compito in mezzo a notevoli difficoltà, muovendosi durante l’inverno tra i vari centri abitati. Tornato a Roma, in seguito al bombardamento della capitale del 19 luglio 1943, fu incaricato di dirigere una struttura di accoglienza per bambini rimasti orfani o senzatetto realizzata presso la scuola elementare Ermenegildo Pistelli, nel quartiere Della Vittoria.

In seguito all’armistizio dell’8 settembre e all’occupazione tedesca di Roma, si impegnò per assistere i feriti dei combattimenti di porta S. Paolo e per accogliere i superstiti e i militari italiani in fuga, utilizzando le strutture del collegio Leoniano, dove lui stesso risiedeva. Nello stesso edificio fece portare e nascondere le armi recuperate. Entrò quindi in contatto con la nascente formazione resistenziale fondata dal tenente di complemento Fulvio Mosconi e della quale fece parte anche il generale dei carabinieri Filippo Caruso.

In diretto collegamento con il Fronte militare clandestino della Resistenza guidato dal colonnello Cordero Lanza di Montezemolo, il gruppo di Mosconi, la cosiddetta «banda Fulvi», che arrivò a contare circa 1300 uomini, operava soprattutto nella parte settentrionale della capitale, nella zona di Monte Mario, e fu una delle più attive bande militari interne.

Alla formazione di Mosconi Morosini offrì inizialmente assistenza spirituale, svolgendo le funzioni di cappellano, ma nel giro di brevissimo tempo, spinto da un profondo senso patriottico, allargò il raggio delle sue attività. Curò personalmente o coordinò, fra l’altro, la fabbricazione e la distribuzione di documenti falsi – annonari o di identità –, il recupero e la custodia clandestina di armi, ma soprattutto la raccolta di informazioni, servendosi in questo caso anche dell’aiuto del nipote Virgilio Reali, allora studente universitario. Ebbe così inizio un’opera capillare di perlustrazione del territorio, specialmente seguendo la via Casilina, che portava non solo a Ferentino e a Frosinone, ma direttamente alle spalle della linea Gustav. Le informazioni ottenute venivano poi trasmesse ai comandi alleati al Sud tramite i collegamenti radio approntati dal cosiddetto «Centro X». Il successo maggiore di Morosini fu entrare in possesso di una copia del piano operativo dello schieramento tedesco a Cassino, che gli venne consegnata da un ufficiale austriaco ricoverato nell’ospedale militare ricavato in un’ala del collegio Leoniano. La forzata convivenza nello stesso edificio dell’istituto religioso e del nosocomio fu sfruttata più volte da don Morosini per salvare persone in pericolo. Il suo confratello, padre Giuseppe Menichelli, testimoniò in seguito che «don Giuseppe faceva passare dall’ospedale militare all’altra ala del collegio patrioti, ebrei e persone da nascondere ai tedeschi. La nostra comunità religiosa era estranea all’attività di don Giuseppe, ma lo si lasciava fare» (Cedrone, 1994, p. 16).

Stando alla testimonianza di Reali, Morosini – sconvolto da quanto veniva perpetrato ai danni della comunità ebraica romana – si impegnò personalmente, insieme a Marcello Bucchi, nel salvataggio degli ebrei che, dopo il rastrellamento del ghetto di Roma del 16 ottobre 1943, avevano trovato rifugio nella vicina chiesa di S. Maria in Campitelli, appartenente all’ordine dei chierici regolari della Madre di Dio: con la procurata complicità di alcuni dirigenti della polizia, fu organizzato il loro trasferimento, affidando gli uomini validi alla formazione partigiana di Mosconi e nascondendo gli altri nel Leoniano (Reali, 1999, pp. 59 s.). Sempre secondo Reali, in quei mesi Morosini si mise anche a disposizione dell’organizzazione costituita presso la S. Sede dall’ecclesiastico irlandese Hugh O’Flaherty – «la Primula Rossa del Vaticano» – con lo scopo di soccorrere sia i militari alleati caduti prigionieri o in pericolo perché trovatisi al di qua delle linee tedesche, sia i civili perseguitati. Da questo rapporto Morosini avrebbe ricavato anche finanziamenti per le sue molteplici iniziative.

Su Morosini si stava tuttavia focalizzando l’attenzione della Gestapo e dei suoi collaboratori fascisti, che prepararono una trappola nella quale farlo cadere, utilizzando l’ufficiale della polizia dell’Africa italiana Domenico Campani e il panettiere Dante Bruna, che, ritenuti complici delle organizzazioni clandestine, in realtà svolgevano il doppio gioco. La mattina del 4 gennaio 1944, tornando dalla casa di Bruna, che gli aveva offerto a basso prezzo armi e munizioni, Morosini, ormai giunto al Leoniano, fu sorpreso dalle SS e arrestato in flagranza di reato, insieme a Bucchi, destinato a morire nell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Le perquisizioni al Leoniano fecero rinvenire altre armi, mentre Bruna si fece parte attiva per costruire altre prove a carico di Morosini, che fu condotto al tribunale di guerra tedesco in via Lucullo e poi trasferito nel carcere di Regina Coeli, dove fu rinchiuso nel terzo braccio. Ne uscì per essere sottoposto a violenti interrogatori, presso il tribunale tedesco insediato nell’albergo pensione Flora e forse anche presso gli uffici della Gestapo in via Tasso.

A Regina Coeli ebbe il divieto di celebrare la messa, ma si faceva sentire dagli altri detenuti recitando il rosario ad alta voce. Cercò di sollevarsi lo spirito con la vecchia passione musicale: compose una Fantasia campestre dedicata all’amico Bucchi e una Ninna nanna per soprano e pianoforte per il bambino che doveva nascere al suo compagno di cella, Epimenio Liberi, poi giustiziato alle Fosse Ardeatine. Così lo ricordò anni dopo Sandro Pertini, anche lui a quel tempo detenuto a Regina Coeli: «Incontrai un mattino don Morosini. Usciva da un ‘interrogatorio’ delle SS. Il volto tumefatto grondava sangue. Come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà. Egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede» (cit. in Cedrone, 1994, p. 43).

Il 22 febbraio fu processato dal tribunale tedesco insieme a Bucchi e i due fecero a gara per addossarsi la maggior parte della responsabilità. I capi di imputazione erano pesanti, comprendendo lo spionaggio e il possesso illegale di armi, e Morosini, dopo essere riuscito a non confessare i nomi dei suoi compagni, fu condannato alla pena capitale. La S. Sede avviò febbrili trattative per ottenerne la salvezza, ma la domanda di grazia fu respinta da Albert Kesselring, su ordine proveniente direttamente da Berlino.

La mattina del 3 aprile 1944, al cappellano capo di Regina Coeli, Cosimo Bonaldi, entrato nella sua cella per prepararlo alla fucilazione, Morosini dichiarò: «Monsignore, ci vuole più coraggio per vivere che per morire»; dopo di che si fece confessare e ottenne di poter finalmente celebrare la messa. Assistito da Bonaldi e da Traglia – divenuto vicegerente della diocesi di Roma –, fu condotto a Forte Bravetta e giustiziato. Diversi componenti del plotone di esecuzione non osarono colpirlo e spararono in aria o di lato, tanto che si rese necessario l’intervento dell’ufficiale che li comandava per finirlo con due colpi alla nuca e poi con il colpo di grazia. Della morte non fu data notizia ufficiale.

Conclusa l’occupazione nazista di Roma, in data 15 febbraio 1945 a Morosini fu conferita LA MEDAGLIA D’ORO AL VALORE MILITARE alla memoria con la seguente motivazione: «Sacerdote di alti sensi patriottici, svolgeva, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, opera di ardente apostolato fra i militari sbandati, attraendoli nella banda di cui era cappellano. Assolveva delicate missioni segrete, provvedendo altresì all’acquisto ed alla custodia di armi. Denunciato ed arrestato, nel corso di lunghi estenuanti interrogatori respingeva con fierezza le lusinghe e le minacce dirette a fargli rivelare i segreti della resistenza. Celebrato con calma sublime il divino sacrificio, offriva il giovane petto alla morte. Luminosa figura di soldato di Cristo e della Patria. Roma, 8 settembre 1943-3 aprile 1944».

Nello stesso anno, Roberto Rossellini si ispirò alla sua figura (e a quella di don Pietro Pappagallo) per realizzare il personaggio di don Pietro, interpretato da Aldo Fabrizi, nel celebre film Roma città aperta. L’11 aprile 1954 le spoglie di Morosini furono solennemente traslate nella natale Ferentino per essere collocate nella cappella-sacrario delle vittime militari di tutte le guerre nella chiesa di S. Ippolito. Il Comune di Ferentino organizza in sua memoria un premio di cultura a lui intitolato.

DIPIU’ n.14 9 aprile 2018