(PM) La fabbrica della Pozzi era destinata a chiudere perché le tecnologie erano obsolete e non vi era nessuna intenzione da parte della proprietà di investire su di essa per rendere competitiva la produzione. Lucio Della Noce, prima Direttore dello stabilimento Vernici e poi Direttore dell’IPLAVE, che comprendeva tutti gli stabilimenti (vernici, tubi, laminati, calandrati e ceramica) è chiarissimo sull’inevitabile fine, prevista, della Pozzi a Sparanise. Ha spiegato ieri sera alla presentazione del libro “La Grande illusione” di Bruno Ranucci:”Ho iniziato la mia avventura alla Pozzi perché affascinato dallo stabilimento. All’inizio gli investimenti c’erano, le strutture c’erano, gli operai pure (erano più di 2000), ma le tecnologie erano obsolete. Avevano una vita breve: sarebbero potute durare 10 o 15 anni. Alla Pozzi c’erano 5 stabilimenti con tecnologie e impianti obsoleti che hanno creato ben presto problemi all’occupazione. Perché sarebbero durate una quindicina d’anni. Io venivo da Milano e lavoravo alla Fiat. Mi presentai in Direzione perché ero rimasto abbagliato dal fatto che davano anche la quattordicesima. In realtà la fabbrica era una grande fregatura. Lo stabilimento dei Calandrati, per esempio, faceva un film per adesivi ed aveva due macchine con un rullo per il pet largo un metro, vicino alle quali lavoravano 40 persone. In Germania invece avevano costruito una macchina con un rullo da un metro e mezzo per cui era più competitiva. Nel reparto laminati, poi, facevano fogli di formica per cucine. Anche questo impianto è stato chiuso perché era diventato vecchio.” D’altra parte – spiega Antonio Avossa, ex segretario provinciale e regionale della CISL, ci trovavamo di fronte ad una proprietà indefinita. I nostri interlocutori erano solamente i responsabili dei singoli stabilimenti. Ma gli stabilimenti erano inadeguati. Immaginate un’azienda che fa le vernici e non ha un colorimetro. Conosco la Pozzi dal 1969 e da allora non ha mai fatto alcun investimento. Era uno stabilimento vecchio e gli interessi non erano industriali. Qualche responsabile è anche dell’amministrazione comunale di Sparanise che nel 1980 ha dichiarato inagibile quella struttura che inagibile non era. Grazie a loro la proprietà ha chiuso Sparanise ed ha continuato con la fabbrica di Gaeta. Non ci hanno ascoltato nemmeno i politici provinciali. Abbiamo fatto un’eroica marcia a piedi da Sparanise a Caserta, ma quando siamo arrivati sotto la prefettura non c’era nessuno e di nessun partito. La logica era che questi stabilimenti dovevano chiudere. Noi sindacati abbiamo fatto di tutto per avere la cassa integrazione per tutti: pensate che un lavoratore ha lavorato per sei mesi e poi è andato in cassa integrazione. Ciò nonostante non abbiamo avuto nessuno che ci desse una mano perché i partiti erano assenti. E i Consigli comunali aperti, senza l’interesse dei partiti, non servono a niente”. Duro anche l’intervento del sindaco di Sparanise Salvatore Martiello: “Sono mortificato a pensare che a Sparanise, intere generazioni sono vissute con la cassa integrazione. E ne ho esperienza in famiglia. Sono perplesso anche quando penso a Saverio Solimene che ha dovuto lottare con l’onorevole Bosco per far insediare lo stabilimento a Sparanise nel 1962 e poi perde le elezioni comunali nel 1964. Eppure 400 famiglie di Sparanise avevano una persona che lavorava, grazie a lui, nella pozzi! Nel 1962 fu fatta un’indagine, la famosa ricerca olandese, con 75 interviste: furono intervistati anche sette sindaci e sette parroci di Sparanise e dei paesi vicini. Dall’indagine emerse che erano tutti contro l’insediamento. Non c’è da stupirsi quindi di fronte alla imminente fine della fabbrica. “Del resto, ricorda Bruno Ranucci nel suo libro, al tempo dell’amministrazione di sinistra, per la Festa dell’Unità gli operai non vennero nemmeno invitati”. Giorgio Borrelli, segretario Chimici della CGIL, ricorda l’epica marcia su Augusta: “Sono entrato nello stabilimento Vernici a 19 anni, ero ancora un ragazzo e ricordo quando siamo andati ad Augusta da Sparanise con dodici pullman: non c’era nessuno, solo sindacalisti di base e debbo purtroppo lamentare una certa approssimazione anche nei partiti di sinistra, Partito Comunista e partito Socialista. L’incontro, ben diretto dal prof. Ernesto Pirone, ha evidenziato tanto interesse sull’argomento ex Pozzi. “Bruno Ranucci ha spiegato il preside Paolo Mesolella con il suo interessante libro ha risvegliato dall’oblio il ricordo della Pozzi e ha dato ai caleni e ai giovani studenti, l’opportunità, unica di questi tempi, di riflettere sulla difficile industrializzazione del Sud, sulla classe operaia, sul sindacato e le lotte operaie che hanno infiammato l’Agrocaleno. Non solo Sparanise, quindi, anche Calvi Risorta, Francolise, Pignataro Maggiore, Teano, Giano Vetusto. Sono tantissimi infatti gli operai che, negli anni 70, hanno potuto vivere dignitosamente grazie a questa grande fabbrica. I giovani studenti con questo libro hanno potranno conoscere, non solo un pezzo importante della propria storia, ma anche aspetti inediti di architettura, sociologia, costume e politica che riguardano il loro paese, l’intera regione e personalità come Giulio Pastore, Michele Sindona e Salvatore Ligresti che nessuno si aspettava di incontrare nella storia locale di Sparanise. Una sola dimenticanza. Interessante il contributo del Direttore, stimolanti le relazioni dei due sindacalisti, ma avrei preferito sentire la voce degli operai che erano numerosi alla presentazione. Operai che hanno vissuto sulla propria pelle gli accordi dei politici e dei sindacati. Avrei voluto sapere se erano contento di lavorarci alla Pozzi, se i loro diritti e le loro aspettative venivano garantite e salvaguardate da qualcuno, se erano contenti della fine che ha fatto lo stabilimento e se questa fine si poteva evitare. Le altre voci, storici e politici vari, soprattutto se non erano di Sparanise, non avrei voluto sentirli. Che ne sanno loro di come Sparanise, gli Sparanisani, andavano orgogliosi della Pozzi?