{"id":32,"date":"2016-07-14T12:42:45","date_gmt":"2016-07-14T10:42:45","guid":{"rendered":"https:\/\/comunicacity.net\/acquafondata\/?post_type=turismo&#038;p=32"},"modified":"2016-08-03T11:51:18","modified_gmt":"2016-08-03T09:51:18","slug":"la-storia","status":"publish","type":"turismo","link":"https:\/\/comunicacity.net\/acquafondata\/turismo\/la-storia\/","title":{"rendered":"La Storia"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Acquafondata \u00e8 un piccolo borgo di circa 300 abitanti. Si trova nella parte orientale della provincia di Frosinone, proprio al confine regionale con il Molise. Membro della Comunit\u00e0 Montana Valle di Comino, Acquafondata \u00e8 circondato dai Monti delle due Monne e dalla Selva e sorge ad un\u2019altitudine di oltre 946 metri s.l.m.. L\u2019abbondanza di pascoli d\u2019altura ha favorito nei secoli l\u2019allevamento, e oggi richiama un buon numero di turisti che si perdono nei molteplici itinerari naturalistici della zona.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>CENNI STORICI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Acquafondata II guerra mondiale<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il toponimo Acquafondata deriva dall\u2019espressione Aqua fundata che indica \u201cacqua che precipita verso il basso\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>TERRITORIO CIRCOSTANTE PRIMA DELL\u2019ISEDIAMENTO URBANO:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nell\u2019anno 571 una schiera di Longobardi dal Nord Italia si spinse nel meridione. Tolta ai Bizantini la citt\u00e0 di Benevento ed il territorio circostante, istituirono il \u201cDucato di Benevento\u201d, da dove si estesero conquistando il sud fino a Brindisi e a Taranto. Sotto il duca Gisulfo (684\/706) i Longobardi conquistarono gli Abruzzi ed il Lazio meridionale fino a Sora. L\u2019intervento del Papa Giovanni VII costrinse il Duca a fissare il confine tra i territori pontifici e gli Stati dell\u2019Italia del Sud. Le gastaldie longobarde del Ducato di Benevento assursero a grande potenza, divenendo indipendenti e trasformandosi in contee: Capua, Aquino, Venafro. Con la caduta di Pavia, nel 744, del Regno Longobardo, occupato da Carlo Magno, re dei Franchi, lo stesso Ducato di Benvento fu dilaniato da grandi e gravi lotte interne, separandosi nei principati di Benevento e di Salerno, poi anche di Capua. La gastaldia longobarda di Venafro si trasform\u00f2 in contea, che comprendeva anche l\u2019attuale territorio di Acquafondata, ed, i signori si intitolarono \u201cSignori di Venafro\u201d, di \u201cIsernia e di \u201cBoiano\u201d. Nel 1100 il conte Rodulfo fond\u00f2 il paese di Molise ed assunse il titolo di \u201cConte di Molise\u201d, da cui il nome della Regione. La formazione del complesso e grande feudo di Montecassino, con giurisdizione feudale dell\u2019abate\u00a0 Mitrato, fu frutto di donazione di Sovrani come i Sacri Romani Imperatori, Principi e Duchi. Nel 744, Gisulfo II, duca longobardo di Benvento fece la solenne donazione al monastero dando inizio alla signoria monastica della terra intorno all\u2019Abbazia. Tale donazione fu confermata da scritti imperiali, regi, ducali, fra cui quella del 25\/4\/928 del principe longobardo Atenolfo II che ne fissava i confini, ricordando Acquafondata: \u201cinde vadit Aquafundatam\u2026\u201d\u00a0 Da questo \u201cplacitum\u201d il feudo abbaziale fu denominato fino al 1500 \u201cTerra di Sancti Benedicti\u201d poi fino al 1700 fu chiamato \u201cStato dellla Citt\u00e0 di S. Germano\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il paese fu fondato nell\u2019alto Medioevo e, come riporta una pergamena del\u00a0 1032, apparteneva ai Conti di Venafro, i quali in seguito lo donarono all\u2019 Abbazia di Monteccassino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I paesi di Acquafondata, Casalcassinese e Viticuso comparvero dopo l\u2019anno Mille quando gi\u00e0 era in atto la forte rinascita del cenobio cassinese che rivendicava il possesso della zona. Probabilmente un primo insediamento venne creato nel 1003 sul monte Sant\u2019Antonino, con la costruzione di una chiesa e di una casa<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>MONACI BENEDETTINI E PRIMO NUCLEO ABITATIVO:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019opera dei monaci Benedettini inizia con l\u2019atto di donazione del Castello da parte del conte Ugo Morino all\u2019abate Oderisio I (1089). Il piano di disboscamento, messa a coltura e popolamento della zona voluto dai monaci Benedettini, favorito dal tranquillo periodo storico che l\u2019Italia meridionale godeva in quel periodo grazie alla politica del conte Roberto il \u201cGuiscardo\u201d e del principe Riccardo di Capua, don\u00f2 al Centro un lungo periodo di tranquillit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Intorno al 1017, il conte di Venafro edific\u00f2 i tre castelli dei villaggi, contrastato dai monaci che tra il 1088 e il 1089 finirono per acquisirne la piena signoria. Montecassino increment\u00f2 il popolamento dell\u2019area per mezzo di coloni provenienti dalla Marsica, dall\u2019Abruzzo e dal Molise, e si giunse cos\u00ec alla costituzione dei comuni rurali. Tutto il territorio di Acquafondata era demanio dell\u2019abbazia cassinese e i terreni venivano concessi con un contratto livellare per ventinove anni in cambio di un canone, di donativi e servizi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>INCURSIONI DEL CONTE D\u2019AQUINO E PRIMO NUCLEO URBANO:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con il 1107, a causa delle incursioni armate\u00a0 del Conte di Aquino, gli abitanti del Centro, su ordine dell\u2019abate Ottone, abbandonarono le case sparse per le campagne e si riunirono nel Castello. Nacque il primo nucleo urbano della Comunit\u00e0 di Acquafondata.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>TERREMOTO DEL 1231:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La popolazione, salvata dalle incursioni armate del Conte di Aquino grazie all\u2019opera coercitoria dell\u2019Abbate, fu distrutta dal tremendo terremoto del 1231, proprio perch\u00e8 chiusa tra le mura del Castello nel nucleo urbano, che\u00a0 rase completamente al suolo tutto il nucleo abitativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>RIPRESA ECONOMICA E DISCIPLINA FISCALE:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nella seconda met\u00e0 del XIII sec., grazie all\u2019Abate Bernardo I Aygliero, il Centro torn\u00f2 a rifiorire, nonostante l\u2019applicazione delle procedure impositive dell\u2019Inquisizione, volute dall\u2019Abate (nona, decima, quindicesima\u2026) divenendo una fortezza importante da un punto di vista strategico ed economico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>LOTTE TRA AGIOINI E ARAGONESI PERIL POSSESSO DEL REGNO DI NAPOLI (1386\/1420):<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel corso delle lunghe guerre tra Angioini ed Angioini Durazzo e tra Angioini e Aragonesi con famosi capitani di ventura come Braccio da Montone e condottieri come Muzio Attendolo Sforza ed i reparti armati di Giovanna II d\u2019Angi\u00f2 per il possesso del Regno di Napoli, Acquafondata e Viticuso con alterne vicende rappresentarono i capisaldi delle lotte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>TERRA DI SAN BENEDETTO:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Segue un periodo di relativa tranquillit\u00e0, nonostante un nuovo sisma, la peste del 1657 e successivamente il colera in cui la comunit\u00e0 di Acquafondata, come \u201cTerra di San Benedetto\u201d riesce a prosperare e rifiorire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei periodi della Rivoluzione francese e Napoleonico sub\u00ec vari saccheggi e devastazioni. Anni di durissimo lavoro che videro il borgo progredire molto lentamente: nel Settecento il paese contava poco pi\u00f9 di 400 abitanti compresa Casalcassinese. La situazione della zona venne poi complicandosi quando la rivoluzione francese e il periodo napoleonico aggiunsero violenza a violenza e miseria a miseria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">N\u00e9 si ebbero condizioni di vita migliori con la restaurazione borbonica prima e con l\u2019unit\u00e0 d\u2019italia poi. Il territorio era infestato dai briganti e le connivenze erano talmente complesse che la stessa guardia nazionale di Acquafondata fu accusata di collaborazione con i briganti e venne sciolta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>PROVINCIA DI TERRA DEL LAVORO:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La terra di San Benedetto viene incorporata nella Provincia di Terra del Lavoro (CE), istituita da Giuseppe Napoleone, re di Napoli, con legge n. 132 del 8.8.1806\u00a0 per volere di Gioacchino Murat..<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ACQUAFONDATA SEMPLICE FRAZIONE:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Regio Decreto di G. Murat, succeduto al trono di Napoli a Giuseppe Bonaparte, divenuto re di Spagna, la comunit\u00e0 di Acquafondata diventa parte del nuovo Comune di Viticuso-Acquafondata-Casalcassinese, perdendo la propria autonomia e tale rester\u00e0 anche dopo la restaurazione dei Borboni nel 1814 fino all\u2019annessione nel Regno di Napoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un solo Comune, appartenente alla Campania, unisce Acquafondata, Viticuso e Casalcassinese con sede municipale prima nell\u2019uno, poi nell\u2019altro centro per il parere del Consiglio Provinciale di Caserta<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ACQUAFONDATA ED IL REGNO D\u2019ITALIA (1860):<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando la piazzaforte di Gaeta cadde (13.2.1861) ed il re delle due Sicilie Francesco II si rifugi\u00f2 a Roma nella zona tra Gaeta e le Mainarde si diffuse il brigantaggio. Erano disertori, fuggiaschi dell\u2019esercito napoletano e fuoriusciti. Si sparsero per le campagne. Intorno a loro nacquero leggende di ferocia, coraggio ed audacia. Ed ecco le bande di Chiavone a Sora, di Calamattei a S. Elia, di Cristoforo Valente a Cervaro, del cap. Domenico Fuoco ad Acquafondata, Viticuso Cardito e Picinisco, di Francesco Di Meo di Casalcassinese. Insieme a loro le loro donne, le \u201cBrigantesse per amore\u201d. Donne con vita di stenti e sofferenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dopo il 1860, con l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, nel suo territorio fu luogo di eventi legati al brigantaggio (da ricordare il brigante Domenico Fuoco).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ACQUAFONDATA NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Acquafondata II guerra mondiale<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Segue le vicende di tanti paesi della Ciociaria. Per la sua collocazione geografica tra il Lazio e Molise, si ritrov\u00f2 lungo la Linea Gustav. Il suo territorio divenne teatro di violenti combattimenti fra gli eserciti tedeschi e Alleati, e nel 1944 il paese venne quasi distrutto. A ricordo delle azioni militari, reduci francesi e polacchi, rispettivamente, hanno innalzato monumenti alla memoria dei loro caduti. La liberazione di Acquafondata avvenne il 12 gennaio 1944 ad opera delle truppe francesi che sfondarono dal lato di Venafro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Storia dei \u201cQuattro eroi di Acquafondata\u201d: di loro\u00a0 si ricorda la storia del loro coraggio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Alla liberazione contribuirono, con informazioni molto preziose, quattro acquafondatari: il tenente d\u2019artiglieria Agostino Papa, Romano Neri, Domenico Neri e Domenico Mancone. Nel 1944, infatti, Acquafondata era occupata dai tedeschi che presidiavano la Linea Gustav sul versante di Cassino e la Linea Reinhard sul versante molisano. I bombardamenti e i cannoneggiamenti, da parte degli Alleati, erano frequenti, soprattutto di notte: gli acquafondatari si ritrovarono a convivere con distruzione e morte. Per porre fine alle devastazioni, i quattro giovani, resisi conto dell\u2019inefficacia delle azioni militari degli Alleati, decisero di far giungere al comando americano-francese le informazioni utili per attacchi mirati. Con un percorso notturno rocambolesco raggiunsero le truppe francesi per indicare ai \u201cliberatori\u201d la via per raggiungere il loro paese e cacciare i tedeschi. Volevano evitare i bombardamenti angloamericani e le razzie, rastrellamenti tedeschi, ignari che la Ciociaria sarebbe stata liberata dalle truppe marocchine. L\u2019unica via per passare il fronte e raggiungere gli Alleati era un tunnel che collegava la parte bassa del paese, l\u00ec dove oggi si trova il vivaio della Forestale, a Casalcassinese, che i quattro raggiunsero di notte, affrontando i bombardamenti e le mine, raggiungendo Venafro alle prime luci dell\u2019alba.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli Alleati li considerarono inizialmente delle spie, ma in seguito credettero alle informazioni sulla consistenza delle truppe tedesche e l\u2019ubicazione dei capisaldi, che tornarono utilissime al Comando Francese per sferrare l\u2019attacco del 12 gennaio del 1944 che libero Acquafondata dall\u2019occupazione tedesca. Questo atto d\u2019eroismo, in seguito, \u00e8 valso ai due sopravvissuti, Romano Neri e Domenico Mancone, il riconoscimento della Presidenza della Repubblica che ha conferito loro il titolo di cavaliere .<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel dopoguerra Acquafondata ha conosciuto il fenomeno dell\u2019 emigrazione, sicch\u00e9 le sue case, anno dopo anno, si sono svuotate. Nel periodo estivo si ripopola grazie al ritorno egli emigrati e a quanti la scelgono per trascorrervi un fine settimana o un\u2019intera estate.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">ACQUAFONDATA: MEDAGLIA DI BRONZO AL MERITO CIVILE<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cPiccolo comune montano, occupato dall\u2019esercito tedesco a bloccare l\u2019avanzata alleata, sub\u00ec rastrellamenti e razzie da parte delle truppe naziste e violenti bombardamenti che provocarono numerose vittime civili e la quasi totale distruzione dell\u2019abitato. Nobile esempio di spirito di sacrificio ed amor patrio. -Acquafondata (FR), 1943-1945<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Amministrazione<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I tre paesi di Acquafondata, Casalcassinese e Viticuso furono unificati amministrativamente nel 1811 e nel 1863. Nel 1902 Viticuso recuper\u00f2 l\u2019autonomia amministrativa mentre Casalcassinese rimase legato ad Acquafondata che dal 1927 fu incluso nella provincia di Frosinone. Il paese visse una tragica esperienza con la seconda guerra mondiale: rimasto per diversi mesi sulla linea del fronte, venne in gran parte distrutto dalle artiglierie e dalle incursioni aeree. Molte le vittime fra la popolazione civile che dovette subire anche le violenze delle truppe nordafricane dell\u2019esercito francese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>ACQUAFONDATA COMUNE AUTONOMO:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Grazie alla richiesta del distacco dal nuovo Comune da parte di Viticuso,nel 1902 Viticuso recuper\u00f2 l\u2019autonomia amministrativa mentre Casalcassinese rimase legato ad Acquafondata che dal 1927 fu incluso nella provincia di Frosinone. Acquafondata torna ad essere Comunit\u00e0 autonoma, con legge n.254 del 26.06.1902.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>MONTELITTORIO: NUOVO TENTATIVO DI UNIFICAZIONE DEI DUE COMUNI:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel 1927, con la creazione di un toponimo ex novo -Montellittorio-Acquafondata rischia di perdere di nuovo la sua autonomia.\u00a0 Il tentativo, comunque, non ebbe alcun seguito. A seguito del riordino delle Circoscrizioni Provinciali, stabilito dal regio decreto N\u00b01 del 2 gennaio 1927, per volont\u00e0 del governo fascista, quando venne istituita la provincia di Frosinone, Acquafondata pass\u00f2 dalla provincia di Caserta a quella di Frosinone.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: center;\"><strong>DOCUMENTI\u00a0 STORICI<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>IL BRIGANTAGGIO POSTUNITARIO\u00a0<\/strong><strong>NELLA ZONA DI ACQUAFONDATA \u00a0<\/strong><strong>(1860\/1870)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La vasta area che comprende la Catena delle Mainarde, i Monti della Meta e le circostanti valli dell\u2019Alto\u00a0 Volturno, dell\u2019Alto Sangro e l\u2019attuale basso frusinate, fu teatro nel decennio 1860-1870 delle gesta di numerose bande di briganti. Domenico Fuoco (San Pietro Infine)\u00a0 e Luigi Alonzi (detto O\u2019 Chiavone), la Banda Colamattei,\u00a0 Domenico Coia da Castelnuovo (detto Centrillo) erano solo alcuni nomi dei pi\u00f9 famosi capobanda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con l\u2019impresa garibaldina del 1860 e la successiva unit\u00e0 d\u2019Italia (1861) si cominci\u00f2 a manifestare il fenomeno del \u201cbrigantaggio\u201d post-unitario che afflisse le popolazioni meridionali per circa un decennio.\u00a0 Il brigantaggio per il primo periodo si pose sull\u2019onda delle sommosse che avvenivano un po\u2019 in tutto l\u2019ex Regno delle Due Sicilie.\u00a0 Chi si dava al Brigantaggio io per libera scelta o perch\u00e9 costretto dagli eventi. Tra coloro che in qualche modo scelsero vi erano militari del disciolto esercito borbonico, che rimasti fedeli ai Borboni, si rifiutarono di giurare fedelt\u00e0 per un\u2019altra bandiera ed un altro sovrano. Si diedero cos\u00ec alla macchia compiendo azioni mirate al ritorno della monarchia borbonica. C\u2019era chi invece si ritrov\u00f2 nella condizione di renitente alla leva e per non essere imprigionato o fucilato, si dava alla fuga. Diventarono briganti anche coloro che\u00a0 avevano aderito all\u2019impresa garibaldina ma ne\u00a0 erano rimasti delusi.\u00a0 Una schiera di briganti era costituita da contadini e pastori che si ribellarono ai soprusi e alle ingiustizie ricevute.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il brigantaggio che si manifest\u00f2 nell\u2019area geografica compresa nell\u2019attuale bassa provincia di Frosinone, fu un fenomeno assai vigoroso, che si protrasse per quasi un decennio. Operarono nella zona, numerose bande.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra queste si possono ricordare la banda che operava tra le Mainarde, il Casertano e l\u2019Aquilano, era:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La banda di Domenico Fuoco :<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In una delle sue tante azioni, il 24 marzo 1863, si scontr\u00f2, e sub\u00ec gravi perdite, contro una compagnia del 60\u00b0 Fanteria. L\u2019esercito cattur\u00f2 e fucil\u00f2 sei briganti, tra i quali un ex sottufficiale borbonico. Le Mainarde erano frequentate da molte bande, che sfruttavano le grotte e i boschi di\u00a0 faggio per i loro covi. La zona era particolarmente aspra e consentiva ai briganti tranquilli bivacchi. Dalle Mainarde, le bande piombavano sui piccoli paesi circostanti ed effettuavano rapidi colpi di mano. Il 3 giugno 1863, invasero San Biagio Saracinisco e vi fucilarono il comandante della guardia nazionale. Le bande godevano di estese complicit\u00e0 sia tra la popolazione che tra il clero regolare della zona. Tra agosto e novembre dello stesso anno le bande continuarono le loro azioni e colpirono tra gli altri centri anche Acquafondata. La banda di Fuoco, operava nelle zone tra San Biagio Saracinisco e la valle di Canneto, ma si spingeva anche nella zona di Isernia e infestava la zona di Barrea ed altri paesi della provincia dell\u2019Aquila. Nell\u2019agosto 1864 Domenico Fuoco, era segnalato nel territorio di San Biagio Saracinisco, alle falde delle Mainarde. Con l\u2019arrivo dei rigori invernali, alcune bande si preparavano al solito trasferimento nello Stato Pontificio. A met\u00e0 dicembre del 1864, si poteva seguire uno spostamento in quella direzione: a san Biagio Saracinisco vennero arrestati un brigante ferito della banda Guerra e due della banda Fuoco, queste due bande agivano spesso in azioni comuni. Fuoco riusc\u00ec a scampare alla repressione fino al 1870, il 16 agosto di quell\u2019anno, ormai ridotto a capeggiare pochi uomini, fu ucciso nel sonno da tre suoi prigionieri. Domenico Fuoco, fu un brigante ardito e furbo, ma come tutti i brig anti,rispettava i conventi. Per questo motivo, condann\u00f2 il rapimento del parroco Amato di Valleluce che Bernardo Colamattei (originario di Colle San Magno), fece a scopo di riscatto. Don Luigi Amato e la sorella furono presi come ostaggi e portati nel loro rifugio e per la liberazione chiesero un riscatto di quattromila lire. Per dimostrare il possesso dell\u2019ostaggio al sacerdote fu tagliato un orecchio e inviato ai fratelli che vivevano ad Atina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Il Brigante Domenico Fuoco \/ Il Brigantaggio Post-Unitario in Alta Terra di Lavoro\/di Maurizio Zambardi:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u201cDomenico Fuoco nacque a San Pietro Infine il 16 aprile del 1837 da Antonio Fuoco e Anna Di Raddo, due poveri ma onesti contadini dediti anche alla pastorizia\u00a0 I fratelli Pietro ed Emilio Calce nel loro libro sulla storia di Galluccio scrivono di lui: Da piccolo mostr\u00f2 un carattere impulsivo, autoritario, energico e crebbe feroce come i lupi dei suoi monti, con i quali ebbe pi\u00fa volte a lottare quando guidava al pascolo per i pendii erbosi dei colli il gregge paterno. Venne su tra pericoli e stenti. Crebbe coraggioso,impavido e prepotente e per questo cercarono di avviarlo al servizio militare. In seguito a intrighi part\u00ed dal paese. Ingegno naturale e la piccola istruzione avuta riusc\u00ed ad essere promosso sergente, servendo fedelmente il Re e la Patria fino alla battaglia del Volturno.Poi visto il suo esercito in rotta abbandonare in disordine le posizioni vitali, ritorn\u00f2 sbandato alla casa paterna,(adattandosi a lavorare come spaccapietre). Ma a S. Pietro Infine non spirava pi\u00fa aria borbonica e quegli stessi che brigarono per farlo arruolare, incominciarono a brigare per farlo arrestare. Ben presto si ebbero discussioni e liti.Fuoco con orgoglio conservava la sua divisa e in ogni discussione sorgeva a difendere l\u2019operato dei re Borbone,anche quando gli fu ordinato di presentarsi obbligatoriamente per arruolarsi.\u00a0 Nell\u2019esercito piemontese, contro cui egli stesso aveva combattuto. Un triste giorno gli animi si accesero tanto che si arriv\u00f2 a una furibonda lotta. Il sergente,ferito nel suo orgoglio, fu costretto a cercare scampo nella fuga. Fu inseguito per circa un chilometro fino alla selva di Montelice, tra Monte Rotondo e Montelungo. Era l\u2019autunno del 1860. La tradizione orale locale riporta come motivazione le umiliazioni subite dal Fuoco al suo rientro in paese dopo la sconfitta dell\u2019esercito Borbonico sul Volturno. Si narra che oltre agli insulti Domenico Fuoco venne ferito nel suo orgoglio da un signorotto locale che si prese gioco della sua fedelt\u00e0 ai Borbone rubandogli la sciabola. Questo motivo sommato al suo convinto ideale filoborbonico scatenarono la sua ribellione che lo spinsero prima a far parte della brigata dei volontari di Lagrange, partecipando alla sfortunata spedizione in Terra d\u2019Abruzzo, e poi a unirsi alla banda del sorano Chiavone. Ma alla morte di quest\u2019ultimo, nel 1862, torn\u00f2 nelle montagne di casa sua per formare una sua banda, mettendosi a disposizione di Raffaele Tristany, legittimista spagnolo inviato dal comitato borbonico di Roma ad organizzare i briganti lungo il confine di Terra di Lavoro e lo Stato Pontificio. Ben presto Fuoco d\u00e0 vita ad un\u2019intesa con le bande di Pace, Guerra, Tommasino, Albanese, Giordano, Colamattei e Andreozzi nel tentativo di portare avanti una strategia comune in u\u2019;area assai vasta di territorio che spaziava dalle Mainarde, al Matese, al Massico. Alla sua banda, che arriv\u00f2 negli anni a contare pi\u00fa di 150 uomini, aderirono anche il padre Antonio e i due fratelli Loreto e Alessandro e molti suoi compaesani e parenti, tra cui si ricorda anche un nipote omonimo, detto Domenico Fuoco di Angelo, detto anche Domenico Fuoco II, che rimarr\u00e0 ucciso nel 1867 (aveva solo 17 anni) durante uno scontro a fuoco presso il territorio di San Pietro Infine tra la banda di Fuoco e le forze dell\u2019ordine. Dei tanti briganti post-unitari Domenico Fuoco pu\u00f3 essere considerato forse il pi\u00fa scaltro, il pi\u00f9 deciso, il pi\u00f9 inafferrabile ma anche il pi\u00f9 spietato. Sulla sua testa vennero poste taglie molto elevate, a cui si aggiunsero premi speciali di vari comuni ed anche della Prefettura di Terra di Lavoro. Operava anche nello Stato Romano dove spesso i briganti trovavano riparo. Di lui si sa che si recava spesso a Roma presso la centrale legittimista borbonica, per ricevere aiuti economici e direttive. Oltre i confini la sua fu chiamata banda regia ma purtroppo era sanguinaria e feroce come il capo,spietato perfino con gli stessi briganti, che lo temevano e gli erano fedeli anche per paura. Scaltro e ambizioso quale era, nel corso di dieci anni sogn\u00f2 un rovescio della situazione politica ed il suo innalzamento a comandante generale della Provincia. Ma il suo aspetto qual era? Di lui non esistono fotografie da vivo, o almeno nelle mie ricerche non le ho trovate. Esistono solo delle foto scattate nel 1870, dopo la sua uccisione, insieme a Ventre e Caronte, quando i loro corpi mutilati furono esposti nelle pubbliche piazze di alcuni comuni.\u00a0 Domenico Fuoco infatti spesso si confondeva tra la gente, travestendosi nei modi pi\u00fa svariati, da monaco, da contadino, da pastore, ecc. Il non avere una foto che permettesse il suo riconoscimento lo avvantaggiava in questi suoi travestimenti. Proviamo allora ad immaginarlo in base alla descrizione che ne fanno alcuni autori. \u00c8 chiaro che la descrizione: Di\u00a0 statura normale, occhi piccoli e penetranti, capelli rossicci come pure la barba, volto colorito, agile nella persona e svelto nella fuga, era preparato fin dalla puerizia a tutte le sofferenze. Con la banda organizzata militarmente e forte di 80 uomini tendeva imboscate ed attaccava la Forza Pubblica con abilit\u00e0 e mosse degne di un valente stratega. La famiglia era povera ma onesta, e, un po; come in tutti i paesi del Meridioned\u2019Italia, vi era una netta distinzione tra i ricchi proprietari terrieri e i contadini che lavoravano le terre dei signori. Oltre a Domenico vi erano Loreto, Alessandro e una sorella: Mariacarmina. Della famiglia di Domenico Fuoco si sa che il fratello Loreto fu ucciso in uno scontro a fuoco nel mese di giugno del 1864 con la forza pubblica di Venafro. L\u2019altro fratello Alessandro invece fu catturato sul finire del 1861 dalla Guardia Nazionale di Piedimonte di Cassino, l\u2019odierna Piedimonte San Germano. La madre Anna Di Raddo. Si sa di lei che rimase in paese, non potendo scappare sui monti con gli uomini della sua famiglia, ma venne presto sottoposta a pressioni di vario genere, e con il passare del tempo si ammal\u00f2 e fu sempre pi\u00fa isolata a seguito delle leggi repressive (vedi Legge Pica); venne poi addirittura arrestata dalle Autorit\u00e0 di Pubblica sicurezza con lo scopo di costringere Domenico Fuoco a costituirsi. In paese si tramanda ancora il racconto che la donna, ridotta ormai in condizioni di estrema povert\u00e0 e vedendo la propria famiglia distrutta, lanci\u00f2 una bestemmia contro il signorotto che aveva istigato il figlio Domenico rubandogli la sciabola. Scoprendosi il seno pronunci\u00f2 Che si possa sperdere la razza tua. In paese si tramanda anche un altro episodio. Quando si ammal\u00f2, tramite alcuni parenti, mand\u00f2 a dire al figlio Domenico di aiutarla inviandole del danaro in modo che potesse mangiare e comprare i medicinali. Domenico Fuoco si avvicin\u00f2 al paese con molta cautela, ma ritenne prudente non entrarvi per non rischiare di essere preso dalla forze dell\u2019Ordine. Incontr\u00f2 un compaesano e gli chiese di portare una considerevole somma di danaro alla madre. Ma l\u2019uomo, confortato dall\u2019idea che il cerchio si stava stringendo sempre pi\u00fa attorno al brigante non port\u00f2 a termine il compito. Pass\u00f2 del tempo e giunse all\u2019orecchio del brigante Fuoco la lamentela della madre che diceva di essere stata abbandonata anche dal figlio. Ecco allora che scatta l\u2019ira vendicativa del brigante. Dopo vari appostamenti riesce a rintracciare il compaesano che sta arando un terreno ai piedi del versante settentrionale di Monte Lungo. Nel vederlo, l\u2018uomo diventa di tutti i colori e cerca di giustificarsi della mancata consegna del danaro, ma Fuoco con freddezza gli chiede di fargli arare il terreno, poi, dopo aver fatto un breve solco, gli salta addosso e lo uccide in modo spietato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">LE DONNE DI DOMENICO FUOCO (drude): Ne\u00a0 ebbe tante. Quelle di cui troviamo documentazione sono:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Padovella, una donna piccola, bruna e rotondetta. Aveva un nasino piccolo e camuso, gli spigoli sporgenti e il visetto tondo, gli occhi infossati sotto la fronte. Infagottata con pantaloni giacca e mantella sembrava tozza ed era invece agilissima nei movimenti. Veniva da lontano, forse dalla Calabria o dagli Abruzzi. Nessuno sapeva come e quando avesse imparato a scrivere. Infatti Padovella, oltre ad essere l\u2019amante del capobrigante, aveva il compito di fungere da segretaria e di scrivere i messaggi di riscatto. Compito che si contendeva, non senza astio reciproco, con Antonio Gentile, uno della banda, nativo di Acquafondata che, come ex seminarista, si vantava di essere uomo colto, abile nel leggere e nello scrivere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Maria Giuseppa De Meo di Casalcassinese altra donna che fu compagna di Domenico Fuoco. In una sua deposizione rilasciata il 26 febbraio del 1867 ad alcuni ufficiali di Pubblica Sicurezza e di Polizia Giudiziaria del Mandamento di Pontecorvo, che la donna, di circa 20 anni, nubile e di professione contadina, completamente vestita da uomo si presenta agli ufficiali di P. S. come druda del Capo Brigante Domenico Fuoco, incinta dello stesso da due mesi. Nel verbale racconta di essere stata rapita dai briganti e di essere poi divenuta amante di Fuoco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giustina\u00a0 di Monte Aquilone, sopra Cervaro: altra donna del Fuoco. Lo dicono i\u00a0 fratelli Calce.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando Fuoco entrava in un paese sparava una schioppettata alla campana della chiesa principale. Era un modo per far capire a coloro che lo appoggiavano, i manutengoli, ma anche ai nemici, che lui era arrivato.La scaltrezza di Fuoco era nota a tutti, non meno alle forze militari. In un verbale reso il 18 ottobre del 1867 al Delegato di Pubblica Sicurezza di Venafro, dal quarantunenne sacerdote Giovanni Morra fu Nicola. Un giorno fummo vicino ad oltre cento Bersaglieri e credo al Sotto-Prefetto di Sora che si trovava a risolvere una questione demaniale fra due paesi. Il sacerdote rifer\u00ed di aver sentito dire da un Ufficiale che Fuoco non si prende, a meno che non si voglia fucilare tutti i sospetti manutengoli, e sono moltissimi, specialmente nei paesi di Terra di Lavoro. Le precauzioni ch\u2019egli usa sono immense, cos\u00ed che riesce impossibile alla Forza di poterlo catturare. Sempre dallo stesso verbale si apprende che Fuoco cammina dalla notte fino alle ore otto di mattina, indi si ferma e riposa tutto il giorno. Inoltre \u00e8 solito farsi precedere da un suo dipendente e da manutengoli i quali hanno il compito di fargli sapere se deve o non deve proseguire nel cammino . Egli sostiene di aver attinto ad un diario di un calzolaio di Conca Casale che aveva fatto parte, durante il periodo del brigantaggio post-unitario, della Guardia Nazionale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00c8 notorio poi il suo rispetto per gli ordini religiosi. Arcari, nella sua storia di Picinisco, riporta vari brani in cui se ne ha prova: Domenico Fuoco, il terrore delle montagne di Picinisco fu ardito e furbo, molto abile nello sfuggire alle imboscate. Ebbe, come quasi tutti i briganti, rispetto per i conventi; non inveiva contro i frati, anzi li proteggeva. In un altro passo dice: Fuoco ebbe aspre parole per il brigante Colamattei che aveva seviziato il parroco Amato di Valleluce. I briganti della banda reazionaria borbonica, capitanata dal celebre bandito Fuoco, vollero anch\u2019essi, mentre si celebravano le feste della Madonna di Canneto, compiere un atto di ossequio alla Vergine. Nel ripartire dal santuario la tradizionale processione del 22 agosto, fecero sapere all\u2019arciprete don Lorenzo Venturini che avvertisse i pellegrini di non aver paura dei colpi di fucile che avrebbero intesi fino all\u2019ultima punta del versante detta Rocca, poich\u00e9 i briganti volevano pure essi salutare la Madonna nel suo trionfale cammino. Difatti all\u2019uscita del Santuario fino al punto indicato, rintronarono i colpi di fucili a bacchetta, con intervallo di tempo misurato ed ordinato, sopra il crinale della montagna opposta, dove si erano disposti i briganti per compiere lo strano servizio religioso. Anche i fratelli Calce riportano a tal proposito un episodio. La banda Fuoco, nell\u2019aprile del 1864, assal\u00ed il paese di Acquafondata. Indicibile fu lo spavento degli abitanti nel vedere uomini cos\u00ed stranamente vestiti ed armati fino ai denti, per cui molti si diedero a precipitosa fuga ed altri si nascosero nel miglior modo possibile. Lo stesso Arciprete del luogo, De Filippis, si affrett\u00f2 a trovare un nascondiglio in Chiesa, dietro l\u2019organo, ove fu trovato. Non gli fecero alcun male, anzi lo esortarono a non aver paura e con parole di conforto chiesero di vedere gli arredi sacri. Nell\u2019uscire di chiesa lasciarono anche una piccola offerta nella cassetta delle elemosine. Passiamo ora ad analizzare la fine di Domenico Fuoco e della sua banda, o meglio ci\u00f2 che era rimasto della sua banda. Il 7 agosto del 1870, Fuoco e la sua banda, composta oltre lui anche da Francesco Cucchiara (alias Caronte), di San Giorgio a Liri, Benedetto Ventre, di Conca Casale, Carmine De Marco e Luigi Di Placido, catturarono, nel tenimento di San Vittore, cinque uomini di Conca Casale. Fuoco decise di trattenerne due, Nicandro Prete e Pietro Bucci, che reput\u00f2 i pi\u00fa agiati e mand\u00f2 via gli altri con delle lettere di ricatto ai parenti di quelli trattenuti in ostaggio. Qualche giorno dopo Nicandro Bucci, detto Comparone di Conca Casale, raggiunge con un carico di viveri i briganti per discutere la liberazione dei due ostaggi, ma, secondo quanto si asserisce venne trattenuto e preso in ostaggio anche lui. Una decina di giorni dopo il sequestro e precisamente la notte tra il 16 e il 17 agosto 1870, la banda di Fuoco con i tre sequestrati si rintan\u00f2 in una grotta posta sui monti tra Vallerotonda e Picinisco. I briganti dopo aver mangiato e bevuto si misero a giocare a carte. Mancava poco all\u2019alba quando uno di essi, tal Carminello\u00a0 si pose di guardia mentre gli altri quattro briganti, assaliti dal sonno, si addormentarono. I prigionieri, imprudentemente legati male, o addirittura non legati, si accordarono con rapidi gesti per tentare l\u2019evasione ed infatti, impadronitisi di quanto avevano a portata di mano, si scagliarono contro i briganti con estrema violenza. Nicandro Bucci che era il pi\u00fa giovane ed il pi\u00fa robusto, con dei colpi di scure, assestati sul collo e poi sul braccio, uccise il brigante Fuoco. Mentre Pietro Bucci e Nicandro Prete, non meno arditi, con un colpo di maglio fracassarono la testa a Francesco Cucchiara e con una coltellata recisero la carotide a Benedetto Ventre. Gli uccisori lieti di tanto insperato successo, raggiunsero Picinisco verso le ore 11 del mattino. La popolazione non credeva al loro racconto, ma dovette cambiare idea nel riconoscere il fucile, il pugnale e lo zaino di Fuoco. Un drappello della Guardia Nazionale si rec\u00f2 sul posto ed il giorno dopo i tre cadaveri furono trasportati a Picinisco su muli. A ci\u00f2 provvide il mulattiere Vincenzo Antonelli fu Giuseppe da Picinisco. Per due giorni, in gran numero, il popolo e le autorit\u00e0 accorsero per sincerarsi della veridicit\u00e0 dei fatti. I cadaveri, mutilati della testa e degli arti inferiori furono esposti al largario Montano, adagiati sopra una grossa pietra (petratonna). I corpi vennero poi esposti per pi\u00fa giorni in altri principali centri quali Sora, Atina, Cassino, Mignano e Isernia. Si voleva convincere la gente che l\u2019inafferrabile Fuoco era ormai morto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La banda Colamattei:<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">operava nei territori di Sant\u2019Elia Fiume Rapido, Belmonte Castello e arrivava fino alle case di Villa Latina, fu dispersa nell\u2019aprile 1868 a Vallerotonda. Altre bande che operarono sulle Mainarde furono quella di Cristofaro Valente che oper\u00f2 fino alla fine di giugno 1865. Valente era un capobrigante originario di Sant\u2019Apollinare si aggirava nel territorio di Cervaro, Cassino e Mignano, della banda facevano parte anche il cugino Domenico Valente, Cerulli Angelo di Mignano, Risi Bernardo di Galluccio, Olivieri Antonio di Sant\u2019Angelo di Cassino, Di Mambro Pietro di Cassino e Costantini Francesco di Sant\u2019Apollinare. Nei monti tra Casalattico e Casalvieri agiva la banda di Mazza e piccole bande\u00a0 locali di minore importanza nei monti di Roccasecca. Nel giugno 1862, appariva tra il Masso, il\u00a0 Monte S. Croce e Mignano, la temibile banda dei fratelli Francesco ed Evangelista Guerra, che travagli\u00f2 la Terra di Lavoro fino al 1868. In Terra di Lavoro, il brigantaggio, anche quando in altre zone si andava affievolendo, rimaneva vigoroso, soprattutto nella parte montuosa settentrionale (Mainarde) e nel Cassinate. Qui indubbiamente, la vicinanza della frontiera pontificia, agevolava le manovre delle bande e soprattutto il loro disimpegno allorquando erano strette troppo da vicino dalle forze repressive. Tra il 1866 e il 1867 le grosse bande di Fuoco, Pace, Guerra, Ciccone, Santaniello (che in taluni casi si riunirono in gruppi fino a 150 uomini), si erano imbaldanzite, battendosi ripetutamente con le truppe e riportando anche dei successi, come ad esempio a Casalcassinese sul finire del 1866, o nei primi mesi del 1868 a Viticuso. Altra banda operante sul territorio delle Mainarde era quella di Domenico Coja (Centrillo) da Cardito capobanda abile ed ardito. Era un ex soldato borbonico, durante l\u2019assedio di Gaeta, entrava nella citt\u00e0 ove riceveva istruzioni e denaro, ritornava sulle Mainarde ove si dava attivamente ad armare le bande, ad intraprendere azioni di guerriglia oltre che ad agire nei piccoli centri alle pendici di quelle montagne. Fu arrestato alla fine del 1861 dai francesi. Nel 1865 fu processato ed assolto a Cassino. Centrillo aveva stretti legami organizzativi con Chiavone. Nell\u2019agosto 1861 le bande brigantesche invasero vari paesi tra cui Picinisco, e lo stesso Coja dovette fuggire dopo aver invaso Cardito suo paese natale. L\u2019ufficiale dell\u2019esercito piemontese Bianco di Saint Jorioz defin\u00ec Centrillo \u201canimosissimo ed operoso, molto ardito nelle sue operazioni, amante dei colpi strepitosi ed inaspettati, marciatore indefesso e manovratore espertissimo\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Banda di Chiavone (Luigi Alonzi):<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">un ex guardaboschi, che con le sue grosse bande minacciava Sora e tutta la Val Roveto, dall\u2019alto dei monti Ernici, tenendosi a cavallo del confine pontificio. La banda fu attiva dal 1861 al 1862. Il capobrigante Chiavone, fu nominato generale delle truppe di resistenza da Francesco II, e fu fatto fucilare a Trisulti dal generale legittimista Rafael Tristany. Le ragioni di quest\u2019azione, sono da ricondurre probabilmente, alle diverse forze che all\u2019epoca operavano sul campo. Da una parte vi era l\u2019esercito piemontese e poi italiano, dall\u2019altra vi erano i briganti e i legittimisti. I primi agivano sul campo seguendo il concetto che il fine giustificava i mezzi, i secondi, obbedivano a regole antiche, tradizionaliste, cattoliche, seguivano le leggi dell\u2019onore cavalleresco. Luigi Alonzi, con il suo operare, viol\u00f2 i principi legittimisti e non rispett\u00f2 quindi il giuramento prestato. Il giuramento dei legittimisti era il seguente: \u201dIo giuro fedelt\u00e0 a Sua Maest\u00e0 Francesco II, Re delle Due Sicilie. Io giuro obbedienza alle leggi di guerra, che dichiaro di aver compreso. Io giuro di vivere da prode soldato e di morire se Dio lo vuole, per la difesa della nostra santa causa. Amen\u201d. Chiavone, con i suoi metodi si era allontanato dal giuramento prestato e si era avvicinato ai metodi usati dai piemontesi (fucilazioni sommarie, vendette ecc.), non gli fu perdonato. Fucilato Chiavone, Tristany divenne il capo di tutte le bande sui monti Ernici. Intendeva condurre una guerriglia regolare, senza praticare il brigantaggio, nel novembre 1862, morto il generale borbonico Statella, che era componente dei comitati borbonici di Roma e si occupava del reclutamento e delle operazioni di guerriglia, la banda si dissolse malgrado i vari appoggi di cui godeva. I componenti o tornarono ai loro paesi d\u2019origine (ufficiali stranieri che erano confluiti per lottare per la causa legittimista), o affluirono in altre bande.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La Banda di Domenico Coja (detto Centrillo):<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">banda operante sul territorio delle Mainarde. Vissuto a\u00a0 Cardito capobanda abile ed ardito. Era un ex soldato borbonico, durante l\u2019assedio di Gaeta, entrava nella citt\u00e0 ove riceveva istruzioni e denaro, ritornava sulle Mainarde ove si dava attivamente ad armare le bande, ad intraprendere azioni di guerriglia oltre che ad agire nei piccoli centri alle pendici di quelle montagne. Fu arrestato alla fine del 1861 dai francesi. Nel 1865 fu processato ed assolto a Cassino. Centrillo aveva stretti legami organizzativi con Chiavone. Nell\u2019agosto 1861 le bande brigantesche invasero vari paesi tra cui Picinisco, e lo stesso Coja dovette fuggire dopo aver invaso Cardito suo paese natale. L\u2019ufficiale dell\u2019esercito piemontese Bianco di Saint Jorioz defin\u00ec Centrillo \u201canimosissimo ed operoso, molto ardito nelle sue operazioni, amante dei colpi strepitosi ed inaspettati, marciatore indefesso e manovratore espertissimo\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Acquafondata \u00e8 un piccolo borgo di circa 300 abitanti. Si trova nella parte orientale della provincia di Frosinone, proprio al confine regionale con il Molise. 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