{"id":71,"date":"2017-01-23T17:37:51","date_gmt":"2017-01-23T16:37:51","guid":{"rendered":"https:\/\/comunicacity.net\/ferentino\/?post_type=turismo&#038;p=71"},"modified":"2017-01-23T17:37:51","modified_gmt":"2017-01-23T16:37:51","slug":"personaggi-illustri","status":"publish","type":"turismo","link":"https:\/\/comunicacity.net\/ferentino\/turismo\/personaggi-illustri\/","title":{"rendered":"Personaggi illustri"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Aulo Irzio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nato a Ferentino nel 90 a.C, censore di Caio Giulio Cesare dal 54 a.C. nel corso della conquista della Gallia. Durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo combatt\u00e9 sotto le insegne cesariane in Spagna, forse come tribuno militare, e poi in Asia Minore. Fu pretore nel 46 a.C. e governatore della Gallia Transalpina nel 45 a.C. Cesare lo design\u00f2 console nel 43 a.C. circa ricoprendo anche la carica di capo di stato maggiore e dopo l&#8217;assassinio del suo ex comandante, si trov\u00f2 coinvolto nei torbidi della successiva guerra civile. Dapprima si schier\u00f2 con Marco Antonio, ma poi, convinto dal suo amico Marco Tullio Cicerone, spos\u00f2 la causa senatoria e si scontr\u00f2 con Antonio, insieme a Pansa e a Ottaviano a Modena. Sebbene Antonio venisse sconfitto, Irzio e Pansa morirono in questo scontro nel 43 a.C. Autore dell\u2019VIII Libro dei Commentari della Guerra Gallica lasciato incompleto da Cesare, fu amico di Cicerone, ma sebbene li legasse un\u2019intensa amicizia, scrisse un libello contro il suo elogio in favore di Catone. Fu nominato insieme a Marco Lollio nell\u2019iscrizione dell\u2019Acropoli a Ferentino dove sono state rinvenute monete di entrambi i censori-consoli. Il suo sepolcro, \u00e8 stato scoperto casualmente nel 1938, si trova sotto il palazzo della Cancelleria; attualmente risulta in gran parte sommerso dalle acque dell\u2019Euripus, il canale che attraversava il Campo Marzio per sfociare nel Tevere. A fine \u2018800 costruendo i muraglioni sul Tevere, furono ostruiti gli sbocchi dell\u2019Euripus e di altri canali di scarico della zona, cosa che provoc\u00f2 l\u2019innalzamento e il ristagno delle acque. Il sepolcro, tagliato in parte dalle fondazioni del Palazzo della Cancelleria, fu fatto costruire dopo l\u2019eroica morte dei due consoli, Aulo Irzio e Vibio Pansa (43 a. C), il senato romano decret\u00f2 che fossero eretti per loro due sepolcri nel Campo Marzio a spese pubbliche.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Marco Lollio<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il censore, citato insieme ad Aulo Irzio nell\u2019iscrizione dell\u2019Acropoli, era di famiglia ferentinate, come fa supporre il suo tenimento nell\u2019ager Ferentini &#8211; Lollianum \u2013 ora Giuliano di Roma. Una tradizione vuole che la famiglia Lolli discenda dal suo casato. Appartenente, dunque, alla Gens Lollia, homus novus dell&#8217;epoca augustea, faceva parte dell&#8217;aristocrazia cittadina dell&#8217;Antica Roma. Nato a Ferentino nel 54 a.C circa, ricopr\u00ec il Consolato nel 21 a.C., fu leale collaboratore dell\u2019imperatore Augusto, cui dovette il successo della sua carriera. Inizi\u00f2 la sua ascesa soprintendendo alla trasformazione del Regno di Galizia tra il 25 e il 24 a.C.; in seguito entr\u00f2 a far parte dei quindecemviri insieme allo stesso imperatore e a Marco Vipsanio Agrippa. Combatt\u00e9 in Tracia (nel 19-18 a.C.) e poco pi\u00f9 tardi, inviato in Gallia, sub\u00ec una disastrosa sconfitta (clades lolliana del 17 a.C.) contro Sigambri, Usipeti e Tencteri, dove perse un&#8217;intera legione (la legio V). Nell&#8217; 1 a.C. divenne compagno e consigliere di uno dei due eredi designati a succedere ad Augusto, Gaio Cesare, durante la spedizione in Armenia contro i Parti. Caduto in disgrazia, sembra per aver ricevuto doni dai principi orientali senza averne titolo, ma forse anche per aver osteggiato una riconciliazione tra Gaio Cesare e Tiberio, si suicid\u00f2 avvelenandosi &#8211; in Oriente nel 2 d.C.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Flavia Domitilla Maggiore. (m. 69)<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu la moglie dell&#8217;Imperatore romano Vespasiano (Tito Flavio Vespasiano). Figlia di Flavio Liberale, un questore, spos\u00f2 prima un africano appartenente all&#8217;ordine equestre e poi, nel 38, il futuro imperatore. Diede alla luce Flavia Domitilla Minore, Tito e Domiziano, ma mor\u00ec prima che Vespasiano assumesse il titolo.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Gregorio da Montelongo<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ciociaro di Castello, territorio di Ferentino, nominato Legato Papale nel 1238 circa, capeggi\u00f2 la coalizione guelfa contro la parte ghibellina, che faceva capo a Federico II. Prelato astuto e bellicoso maturato nella burocrazia romana, diplomatico capace delle trame pi\u00f9 complesse al punto da mobilitare tutte le citt\u00e0 fedeli perch\u00e9 inviassero soldati, attrezzature militari, vettovagliamento. La triade al governo del comune milanese, composta da Guglielmo da Rizolio, Gregorio da Montelongo e Leone da Perego, si dimostr\u00f2 particolarmente combattiva contro le eresie ed efficiente nel pianificare la lotta. Nel 1239 i tre scesero in campo fianco a fianco con l&#8217;esercito milanese contro Federico II, che scrisse lamentandosi del fatto al re d&#8217;Inghilterra. Il 18 febbraio del 1248, segn\u00f2 la sconfitta dell\u2019imperatore Federico II, nella battaglia di Parma, da parte di Gregorio da Montelongo. In un primo tempo gli imperiali sembravano poter avere la meglio sugli avversari, ma successivamente Gregorio da Montelongo &#8211; ottenuta l\u2019alleanza con Parma &#8211; riport\u00f2 una netta vittoria. Federico II arm\u00f2 allora un potente esercito e strinse d\u2019assedio Parma. Ma l\u2019eroe ciociaro riusc\u00ec nell\u2019impresa di rompere l\u2019assedio e di trascinare le truppe al suo comando contro l\u2019accampamento di Federico II, annientando gli imperiali e costringendo lo stesso imperatore ad una fuga precipitosa.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Federico II<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suo nome \u00e8 legato a quello di Ferentino in quanto nel 1223 si tenne un congresso tra l\u2019Imperatore di Svevia e Papa Onorio III nella Cattedrale per discutere la situazione in Terra Santa e prendere accordi per la crociata. Nella stessa basilica cattedrale fu deciso il matrimonio dell\u2019imperatore, rimasto vedovo di Costanza D\u2019Aragona, con Jolanda, figlia del Re di Gerusalemme Giovanni di Brienne. Come testimonianza, sul portale della sagrestia della cattedrale sono presenti le testine di Federico II e del suocero con l\u2019effige della civetta, simbolo di un corretto uso del potere. Anche nell\u2019Abbazia di Santa Maria Maggiore, nel portale laterale sinistro \u00e8 presente una testina dell\u2019Imperatore di Svevia, che sostenne i restauri della suddetta abbazia e per questo la sua munificenza fu ripagata con l\u2019inserimento della testina. La personalit\u00e0 dello stupor mundi \u00e8 una delle pi\u00f9 complesse della storia. Nato da padre tedesco e da madre normanna, egli ebbe la fierezza, la durezza e l&#8217;alterigia della razza germanica e l&#8217;ardire, lo spirito d&#8217;iniziativa e il temperamento avventuroso dei Normanni; cresciuto in Italia, fra gente di stirpe latina, greca ed araba, ebbe degli Italiani il senso pratico e positivo, dei Greci la scaltrezza e l&#8217;istinto della dissimulazione, degli Arabi la sensualit\u00e0. Vissuto in un periodo di transizione, in un tempo in cui tramont\u00f2 un&#8217;epoca e ne sorse un\u2019altra, Federico \u00e8 al contempo uomo medievale e moderno; pu\u00f2 essere considerato come l&#8217;ultimo imperatore del Medioevo e il primo principe del Risorgimento. Altissimo fu il concetto della dignit\u00e0 imperiale e della propria autorit\u00e0, ed \u00e8 per questo che dedic\u00f2 tutta la sua attivit\u00e0 a quello che era lo scopo della sua vita e a quella che credette la sua missione: abbattere la teocrazia papale e dare alla potest\u00e0 civile l&#8217;indipendenza e la supremazia; ma, a differenza degli imperatori che lo hanno preceduto, fu contrario all&#8217;ordinamento feudale e volle una monarchia quasi assoluta, in cui fosse accentrato il potere e, pur vivendo nell&#8217;ambito delle idee e dei princ\u00ecpi della Chiesa, tese a studiare razionalisticamente i problemi della scienza e le verit\u00e0 della fede, e della religione non fece il fine ma lo strumento della sua politica; da ultimo Federico non fece, come gli altri sovrani tedeschi, il centro dell&#8217;Impero in Germania, ma stabil\u00ec questo in Italia e precisamente in Sicilia, e da qui govern\u00f2 i suoi vasti domini. Restaurare l&#8217;autorit\u00e0 regia in Sicilia, rendere la potest\u00e0 imperiale indipendente dal Papato, abbattere i comuni e unificare l&#8217;Italia sotto lo scettro della casa Sveva: questo il programma politico di un uomo assertore di uno stato civile, svincolato da un&#8217;autorit\u00e0 religiosa invadente e troppo amante del potere terreno.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Antonio Floridi<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nacque a Ferentino nella seconda met\u00e0 del XV secolo. Laureatosi a Roma in utroque iure, diritto canonico e civile, ebbe una collocazione di primo piano nella struttura sociale del suo tempo. Secondo i documenti d\u2019archivio, fu ammesso nell\u2019amministrazione giudiziaria. Ferentino all\u2019epoca era sede del Rettorato di Campagna e Marittima ed anche sede del tribunale che riceveva gli appelli dai tribunali locali: il Floridi vi esplic\u00f2 le funzioni giudiziarie. Svolse anche funzioni notarili, che tra l\u2019altro conferivano, a chi le esercitava. &#8211; ambiti privilegi come per esempio quello di usufruire del titolo di dominus. Per le sue ottime qualit\u00e0 di giureconsulto, fu nominato governatore del feudo Colonna dell\u2019omonima casata romana. \u00c8 stato senza dubbio tra i pi\u00f9 noti e prestigiosi notai e giureconsulti del \u2018400-500 della Provincia di Campagna e Marittima.\n<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Papa Celestino V<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel contado di Ferentino sopra un ridente poggio, che sovrasta l\u2019antica via Latina, oggi via Casilina, fu edificato nel XIII secolo un monastero legato indissolubilmente alla vicenda terrena dell\u2019eremita fra Pietro Angelerio del Morrone, eletto papa nel 1294 col nome di Celestino V, al termine dell\u2019agitatissimo conclave riunito a Perugia e durato ben 27 mesi. Dal giorno della sua morte, avvenuta il 19 maggio 1296 nella rocca di Fumone, ove, dopo la grande rinuncia, Celestino V era stato rinchiuso per timore di uno scisma da Bonifacio VIII \u201csotto la guardia di sei cavalieri e trenta uomini d\u2019arme\u201d, la citt\u00e0 di Ferentino custod\u00ec la salma di Pietro Celestino fino al 1327, per 31 anni dopo la morte e per circa 15 anni dopo la canonizzazione avvenuta il 5 maggio 1313 da parte di Clemente V in Avignone. Nel 1327 il corpo di Celestino V fu trafugato e l\u2019occasione propizia fu offerta dalla lotta territoriale scoppiata tra Ferentino e la vicina citt\u00e0 di Anagni. Rocambolesco \u00e8 il racconto del trafugamento e della traslazione del corpo di Celestino V a L\u2019Aquila e molto suggestiva \u00e8 la vicenda del ritrovamento del cuore del Santo nel sepolcro. Come detto, nell\u2019anno 1327, per la grande e aspra guerra tra la citt\u00e0 di Ferentino e quella di Anagni, i cittadini di Ferentino, dubitando che li fosse tolto il corpo del glorioso San Pietro, esistente nella chiesa di S. Antonio, uscirono un giorno alla sprovvista dalla citt\u00e0 con soldati armati, con la guida di Filippo, vescovo e cittadino di Ferentino, in compagnia del clero ed entrarono nel monastero; e nella suddetta chiesa, il vescovo aiutato dal clero cav\u00f2 il sacro corpo, che fu onorevolmente riposto nella chiesa di S. Agata, vicina al borgo di Ferentino e di continuo guardato da un buon numero di soldati e da due monaci celestiniani nativi di Ferentino. I monaci della chiesa di S. Antonio, privati del corpo di Pietro Celestino, ne scrissero al Padre Visitatore Generale, allora residente a Sora, il quale, subito trasferendosi nel monastero, riusc\u00ec a recuperare le sacre reliquie con uno stratagemma: trafugate nottetempo le ossa del Santo Padre dalla cassa sigillata che era custodita a S. Agata, esse furono raccolte in un panno di lino e avvolte in un materasso che, posto in testa a una robusta donna, fu mandato fuori della citt\u00e0, nel monastero di S. Antonio, fingendo con i soldati della guardia che il materasso della guardia servisse per il Visitatore. Quindi, per ordine dello stesso Visitatore, le ossa furono immediatamente trasportate a L&#8217;Aquila, nella basilica di S. Maria di Collemaggio. Le Storie locali narrano la dolorosa sorpresa che ebbero autorit\u00e0, clero e cittadini ferentinati, quando si recarono presso il sepolcro con la segreta speranza che le reliquie del Santo fossero ancora l\u00e0 e, invece, lo trovarono vuoto. Le cose non sarebbero passate lisce, se il Vescovo di Ferentino, disceso nel sepolcro, non avesse calmato le ire dei ferentinati, annunciando di avere ritrovato nel sacello vuoto il cuore del Santo, rimasto miracolosamente conservato, quasi a confermare la promessa che pi\u00f9 volte Pietro Celestino aveva fatto ai cittadini di Ferentino, dicendo loro che, se Egli partiva, il suo cuore sarebbe rimasto con essi. La reliquia insigne fu portata processionalmente in citt\u00e0 e affidata alle monache di S. Chiara. Come attestano le fonti, S. Antonio abate fu il primo cenobio fondato da Pietro Celestino fuori nella regione abruzzese nelle nostre zone, cenobio che costitu\u00ec il fulcro avanzato della penetrazione dell\u2019Ordine celestino nel territorio laziale. Il 19 maggio 1637 il Consiglio Comunale di Ferentino stabil\u00ec di chiedere a Urbano VIII l\u2019istituzione di una fiera esente da gabelle da effettuarsi nella ricorrenza solenne del dies natali di Celestino V (19 maggio). La Citt\u00e0 di Ferentino il 20 dicembre 1642 chiese alla Congregazione del Buon Governo la ratifica della festa del 19 maggio che gi\u00e0 il Comune celebrava solennemente in onore di Celestino V. Per accertare la continuit\u00e0 del culto verso il santo Pontefice, venne inviato a Ferentino il 4 giugno 1683 il card. Nicola Ludovisi come visitatore apostolico. Nel monastero di S. Antonio abate i Celestini non risiedevano pi\u00f9 e quindi sia il complesso monastico sia le sacre reliquie di Pietro Celestino, ivi conservate, erano \u201cin posse et manibus laicorum\u201d col pericolo di negligente custodia. La festa del Papa eremita da sempre solennizzata il 19 maggio con la celebrazione di una messa festiva, nell\u2019anno 1683 \u201ccum populi scandalo\u201d si era svolta con la sola processione, che, partita dal monastero delle suore Clarisse di Ferentino, aveva accompagnato nell\u2019eremo rurale di S. Antonio la reliquia del cuore di Celestino V. Il cardinale Ludovisi, recatosi il 5 giugno 1683 a ispezionare la chiesa e il cenobio di S. Antonio abate, vi rinvenne numerose reliquie del Pontefice e specialmente not\u00f2 un crocifisso ligneo, assai deteriorato dai tarli, davanti al quale Pietro del Morrone era solito pregare e dal quale aveva ricevuto illuminazioni e locuzioni. Il cardinale Ludovisi elenc\u00f2 minuziosamente tutte le venerate reliquie di \u201cS. Pietro Celestino, sommo pontefice, protettore et avvocato di questa citt\u00e0\u201d di Ferentino, \u201call\u2019intercessione del quale tutti ci raccomanderemo\u201d. Il 2 febbraio 1703 la comunit\u00e0 ferentinate speriment\u00f2 il potente intervento di Celestino V, suo avvocato, per la protezione con la quale salv\u00f2 la citt\u00e0 da un tremendo sisma, che sconvolse la regione. Per perenne ringraziamento, su sollecitazione del Vescovo Valeriano Chierichelli, il 21 febbraio del medesimo anno il consiglio comunale di Ferentino stabil\u00ec di donare 5 libbre di cera ogni anno nella festa di S. Pietro Celestino e di supplicare il Papa affinch\u00e9 rendesse \u201cdi precetto\u201d una tale solenne ricorrenza. In una lapide di marmo al centro del pavimento della chiesa di S. Antonio Abate, \u00e8 inciso lo stemma del defunto pontefice. Sotto lo stemma vi \u00e8 un foro per vedere il sottostante sarcofago in cui ripos\u00f2 il corpo di S. Celestino dal 1296 al 1327. Nell&#8217;autunno del 1968, in occasione di straordinarie commemorazioni celestiniane, le venerate spoglie sono tornate a Ferentino dove furono esposte e onorate, per alcuni giorni, nelle chiese di S. Agata, nella chiesa Cattedrale e nella chiesa di S. Antonio Abate. (tratto da &#8220;IL COMPLESSO MONASTICO MONUMENTALE DI S. ANTONIO ABATE&#8221; &#8211; ASSOCIAZIONI CULTURALI \u201cGLI ARGONAUTI\u201d E \u201cPRO-LOCO\u201d &#8211; Tipografia di Casamari 1990 e da &#8220;FERENTINO IERI&#8230;&#8221; &#8211; 1981)<br \/>\nRinaldo Conti, Capitano del Popolo di Ferentino, responsabile, con l&#8217; emissario del re di Francia Guglielmo di Nogaret, dello &#8220;schiaffo di Anagni&#8221; contro papa Bonifacio VIII.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Martino Filetico<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Apprezzato per molti anni alle corti degli Sforza e dei Montefeltro. Nato a Filettino nel 1430, venne a Ferentino per istruirsi nelle Lettere Classiche. Dopo aver compiuto gli studi a Roma entr\u00f2 nell\u2019Accademia di Pomponio Leto e, successivamente, si rec\u00f2 a Bisanzio per studiare la lingua greca. Tornato in Italia, per la sua fama di maestro e di umanista fu chiamato a Pesaro come precettore di Battista Sforza, figlia del Signore della Citt\u00e0. L\u2019umanista continu\u00f2 a curare l\u2019educazione della discepola, divenuta la moglie di Federico di Montefeltro, Signore di Urbino. Alla morte di Battista, lasci\u00f2 Urbino e torn\u00f2 a Roma per ricoprire l\u2019incarico di docente di Latino e Greco nello Studium Urbis. Alla sua morte \u2013 avvenuta nel 1490 a Ferentino &#8211; Martino Filetico lasci\u00f2 alla scuola ferentinate \u2013 attuale sede del prestigioso Liceo Classico e Scientifico nell\u2019omonimo Palazzo Martino Filetico &#8211; una cospicua eredit\u00e0, perch\u00e9 in essa venissero accolti ed educati gratuitamente i giovani poveri della citt\u00e0 e del territorio. Fu sepolto nella chiesa di Sant\u2019Antonio Abate.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Ambrogio Novidio Fracco<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Autore di un poema dedicato a papa Paolo III. Ambrogio Novidio Fracco nacque a Ferentino nel 1480. Anche se definito erroneamente come un umanista minore del Rinascimento, la sua poesia offre certamente aspetti di non trascurabile interesse, tanto che i ferentinati gli dedicarono anche una scuola media a lui intitolata. Compose varie opere, in particolare il poema Fasti stampato nel 1574 e dedicato a Papa Paolo III (1534-1549) , il quale ne ebbe l\u2019esclusiva, ma iniziato sotto Leone X (1513-1521) con grande difficolt\u00e0 riusc\u00ec a salvarlo durante il Sacco di Roma del 1527 nascondendolo nella casa del suo amico Rutulo. Nell\u2019elegia De Adversis narra, appunto, le vicende del Sacco di Roma, i tradimenti della Francia, le incertezze di Papa Clemente VII (1523-1534) ed altro: per l\u2019accurata descrizione le sue elegie hanno un carattere puramente storico. Tra i vari onori che consegu\u00ec vi fu anche quello di essere incoronato poeta in Campidoglio. Dopo aver soggiornato a Roma durante il Sacco ed essendo stato minacciato pi\u00f9 volte dai Lanzichenecchi, decise di tornare a Ferentino.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Silvio Galassi (1585-1591)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nato a Frosinone intorno al 1530, aveva studiato diritto ed era iuris utriusque doctor. Rimase presso la Curia Romana per diciassette anni portatovi dal Cardinale Cicala intorno al 1552-1553. Pass\u00f2 poi al servizio del nipote del cardinale e con lui si rec\u00f2 in Spagna dove rimase per ben due anni. Uomo di notevole cultura, nonch\u00e9 di profondo profilo morale e spirituale fu ben tenuto in considerazione da Papa Gregorio XIII (1532-1585). Il primo impatto con la Diocesi di Ferentino non fu facile per lui che aveva spesso ricoperto incarichi di curia ed aveva avuto esperienze di carattere giuridico anche se non erano mancate quelle di carattere pastorale. Non appena divenne Vescovo di Ferentino, mise in pratica ci\u00f2 che aveva imparato in un lungo apprendistato ed il suo primo atto deliberativo fu la risoluzione della controversia sorta sul prezzo del grano dato a credenza dal canonico Giovanni Leonini. Durante tutto il suo episcopato cerc\u00f2, infatti, di combattere l\u2019usura e giunse a comminare la scomunica a chi approfittava dei beni ecclesiastici. Nell\u2019archivio della Curia Vescovile di Ferentino \u00e8 conservato un solo documento di Silvio Galassi: la sua visita pastorale del 1585: da questo documento emerge una situazione religiosa complessa e delicata, realt\u00e0 comune a molte diocesi della zona, data la presenza di un clero molto spesso impreparato ed incapace di svolgere la sua missione. La suddetta visita pastorale era costituita da due parti: la prima dedicata alla conoscenza della situazione ferentinate; la seconda a quella della diocesi. Il Galassi sosteneva che il principale problema da risolvere era la formazione culturale e morale del clero e per raggiungere questo fine, sia durante la visita pastorale che durante tutto il suo episcopato, cerc\u00f2 di concretizzare gli indirizzi di riforma del concilio tridentino. Egli regolament\u00f2 le processioni, riorganizz\u00f2 il comportamento dei canonici cercando di mitigare il suo forte legalismo con uno slancio tipico del riformatore e per questo non si occup\u00f2 solo dell\u2019applicazione delle norme, ma, appunto, del recupero canonico, interessandosi degli archivi ecclesiastici e della loro funzionalit\u00e0. Ma tra le preoccupazioni del Vescovo quella maggiore riguardava il restauro e la conservazione dignitosa dei luoghi di culto. In ogni chiesa visitata il Galassi ordin\u00f2 di ripararne arredi liturgici, rendendoli pi\u00f9 decorosi, di apporre alle finestre speculas di tela cerata per evitare correnti di aria fredda. L\u2019interno delle varie chiese venne ornato con immagini di Santi: in Cattedrale l\u2019Annunciazione con una pittura per pictorem; l\u2019abside di Santa Lucia con l\u2019affresco raffigurante una scena della vita dell\u2019omonima titolare; la cappella di Sant\u2019Ambrogio della medesima chiesa con l\u2019immagine del Martire tra altri Santi; la sagrestia di Santa Maria Maggiore con la raffigurazione di Cristo, della Madonna e di Sant\u2019Ambrogio. Apport\u00f2, inoltre, restauri alle scuole, ai monasteri, ai conventi, nonch\u00e9 all\u2019ospedale del Santo Spirito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Alessandro Angelini\u00a0 (1820 &#8211; 1885)<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nasce a Ferentino (Frosinone) il 19 marzo 1820 da Giuseppe e Annunziata Fortuna, sestogenito di dieci figli.<br \/>\nSi laurea in Medicina il 12 agosto 1843 presso l&#8217;Universit\u00e0 degli Studi di Roma ed inizia a lavorare presso l&#8217;Ospedale Santo Spirito in Roma, divenendo ben presto Primario medico.<br \/>\nAderisce alle idee innovatrici, democratiche e patriottiche propugnate da Mazzini.<br \/>\nLa Repubblica Romana del 1849 lo vede Deputato alla Assemblea Costituente con 1.646 suffragi, per il Distretto di Frosinone.<br \/>\nMa il 3 luglio 1849 le truppe del generale Oudinot entrano in Roma ristabilendo il potere temporale.<br \/>\nAngelini, insieme a tanti altri eroici difensori, \u00e8 costretto a prendere la via dell&#8217; esilio.<br \/>\nNon sappiamo quale sia stata la prima tappa del suo lungo peregrinare. Secondo alcuni va in Turchia a Smirne, ma la notizia non ha trovato conferma.<br \/>\nDa un rapporto di polizia del 27 aprile 1852, infatti, risulta dimorare in un piccolo paese del Piemonte, dove esercita la sua professione medica. Si ignora, per\u00f2, quale sia il paese di residenza e per quanto tempo abbia esercitato la professione. Sicuramente si \u00e8, poi, trasferito a Torino, citt\u00e0 che nel dopo-Quarantotto ha accolto migliaia di esuli politici.<br \/>\nNonostante la matrice mazziniana e repubblicana, Alessandro Angelini sposa ad un certo punto la causa monarchica. Come molti patrioti, tra i quali Garibaldi, capisce che il Piemonte, Cavour e Vittorio Emanuele Il costituiscono l&#8217;unica possibilit\u00e0 concreta, in quel momento, per unire l&#8217;Italia ed abbattere il potere temporale dei Papi.<br \/>\nNel 1855 partecipa con il Corpo di spedizione, al comando del generale Alfonso La Marmora, alla guerra di Crimea.<br \/>\nNel novembre 1860, si trova a Cassino, proveniente da Napoli per incontrarsi con un gruppo di fuoriusciti pontecorvesi.<br \/>\nIn qualit\u00e0 di Commissario del Governo piemontese, il suo compito \u00e8 quello di organizzare la rivolta e l&#8217;invasione di Pontecorvo.<br \/>\nL&#8217;8 dicembre 1860 Angelini invade Pontecorvo, alla testa di 40-50 armati. Dal febbraio 1861 di Alessandro Angelini non si ha pi\u00f9 alcuna notizia, da quando, cio\u00e8, il Commissario regio invia una sollecita richiesta al Dicastero dell&#8217;Interno di restauro del ponte di Pontecorvo, distrutto dalle truppe borboniche nell&#8217;ottobre 1860 per impedire l&#8217;ingresso alle truppe italiane.<br \/>\nA Torino nel 1864 pubblica un piccolo saggio politico di 48 pagine dal titolo Il ministero e l&#8217;Italia: considerazioni. Da questo scritto, si evince, tra l&#8217;altro come Angelini sia un profondo conoscitore dell&#8217; ambiente politico torinese ed un assiduo frequentatore delle stanze parlamentari. Schierato sulle posizioni della Sinistra, per meglio propagandare le sue idee e contrastare quelle degli avversari, svolge una intensa attivit\u00e0 giornalistica.<br \/>\n\u00c8 ragionevole pensare che, dopo il soggiorno torinese, sia passato a Firenze nel 1864, in occasione del trasferimento della capitale del Regno in questa citt\u00e0.<br \/>\nNel 1867 Alessandro Angelini risulta iniziato alla Massoneria presso la loggia &#8220;Amici veri dei Virtuosi&#8221; di Livorno. Era questa una loggia fondata nel 1858, sotto tutela francese e poi passata nel 1895 al Grande Oriente d&#8217;Italia, frequentata, data la sua caratteristica portuale, da molti stranieri ed esuli.<br \/>\nRitornato a Ferentino solamente nel 1870, alla definitiva caduta del potere temporale dei Papi, Angelini il 20 settembre viene eletto Presidente della nuova Giunta Provvisoria. Dopo un mese, per\u00f2, per la sua posizione intransigente, viene sostituito come Presidente dall&#8217; avvocato Achille Giorgi e non fa pi\u00f9 parte della Giunta.<br \/>\nLa classe clericale e borghese, ben presto, lo isola, tanto che \u00e8 costretto, per vivere, a dare lezioni private.<br \/>\nNell&#8217;agosto 1871 viene dal Ministro dell&#8217;Istruzione Pubblica nominato Delegato scolastico del Mandamento di Ferentino.<br \/>\nNel 1873, convinto che nell&#8217;associazionismo risieda la migliore soluzione della questione sociale, patrocina la fondazione della Societ\u00e0 di Mutuo Soccorso di Ferentino, insieme a Luigi Zaccardi, primo Presidente.<br \/>\nMuore a Ferentino il 18 gennaio 1885, all\u2019et\u00e0 di 64 anni. \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 (fonte Giacinto Mariotti)<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Pietro Viviani<br \/>\n<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i dottori della medicina va ricordato che a tanta eccellenza sal\u00ec in questa scienza da essere prescelto dal Papa Martino V quale suo archiatra, e confermato in tale ufficio dal successore Eugenio IV. L\u2019anno 1420 il dottor Viviani ottenne dal Pontefice Martino V, a favore della sua Patria, che nel giorno di sabato fosse libero il mercato: consuetudine tuttora vigente; ottenne inoltre che si potesse esigere dai passanti un tassa per il mantenimento delle mura castellane e della citt\u00e0. Il Papa Eugenio IV cre\u00f2 il dottor Viviani Signore della Baronia e del castello di Porciano. Tale possesso fu donato dai Viviani ai Canonici della Cattedrale di Ferentino che l\u2019ebbero legittimamente in uso fin dal 1870.\n<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Marianna Candidi Dionigi. (1756-1826)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nobildonna romana, figlia di Giuseppe Candidi e Maddalena Scilla. Nacque nel 1756 e visse nel pieno dei grandi cambiamenti politici e sociali in Europa tra i quali la Rivoluzione Francese e l&#8217;Impero Napoleonico. Molteplici sono le attivit\u00e0 culturali alle quali dedic\u00f2 gran parte della sua esistenza: musica (arpa e piano), quindi. fuori della comune usanza del tempo, lingua francese, inglese e qualche erudimento di lingua latina. Si dedic\u00f2 in seguito agli studi archeologici ed alla pittura sotto la direzione del rinomato paesista Carlo Labruzzi, poi divenuto Direttore dell\u2019Accademia di Perugia. Esegu\u00ec a penna alcune opere di Poussin e Salvator Rosa e realizz\u00f2 numerosi disegni a tempera. Pittrice emerita, i suoi quadri si trovano presso il Palazzo della Cancelleria in Roma, presso l&#8217;Accademia di San Luca e la Reggia di Caserta, in Inghilterra e presso le famiglie dei suoi discendenti a Roma e Lanuvio. Scrisse anche un\u2019opera didattica Sulla pittura dei paesi corredata da un trattato sull\u2019architettura e di prospettiva e Viaggi in alcune citt\u00e0 del Lazio che si dice fondate dal Re Saturno, nel quale descrive minuziosamente l\u2019origine delle citt\u00e0 laziali ed ogni monumento della citt\u00e0 di Ferentino, come di altri paesi della Ciociaria, donandoci visioni di paesaggi non pi\u00f9 esistenti realizzate durante i suoi viaggi di studio, ricerca e conoscenza. Ebbe rapporti culturali con Vincenzo Monti, Shelley, il grande scultore Antonio Canova, Giacomo Leopardi e con l&#8217;archeologo d&#8217;Angincourt. Spos\u00f2 giovanissima il giureconsulto Domenico Dionigi, conte del Sacro Palazzo Lateranense, nobile ferrarese, dal quale ebbe sette figli. Lo spirito e la cultura che l\u2019adornavano, le attirarono sempre onorevolissime relazioni e si vide attorniata fino alla vecchiaia da dotti ed aulici artisti di ogni genere. Conosciutissima e stimatissima da tutti, recit\u00f2 poesie di ottima composizione e in stile forbitissimo nelle adunanze arcadiche. Mor\u00ec a Lanuvio nel 1826.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Filippo Stampa (1710-1798)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Figlio illustre della nobile casata del conte Pietro Stampa di Milano, Filippo fu saggio amministratore del Comune di Ferentino e dello Stato di Castro e del Ducato di Ronciglione. Coltiv\u00f2 gli studi e dedic\u00f2 grande cura alla tutela del patrimonio della collettivit\u00e0 anche attraverso la premurosa custodia delle carte d\u2019archivio. Nella sua attivit\u00e0 amministrativa fu animato da nobili ideali: rispettare la giustizia, assicurare il lavoro e non pregiudicare i diritti dei poveri. Sull\u2019area del suo palazzo gentilizio, distrutto durante la Seconda Guerra Mondiale, sorge ora l\u2019attuale Municipio.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Alfonso Giorgi (1824-1889)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eclettico cultore delle patrie memorie, gonfaloniere di Ferentino nell\u2019ultimo periodo del potere temporale dei Papi, promotore della cultura a tutela del patrimonio storico-artistico di Ferentino, Alfonso Giorgi dedic\u00f2 la sua vita agli studi e alle ricerche erudite. Coltiv\u00f2, a beneficio della sua citt\u00e0 natale, l\u2019amicizia di illustri personaggi, tra i quali Teodoro Mommsen, ospitando nella sua casa dotti e scienziati, mettendo a loro disposizione le sue vaste conoscenze e la sua ricca biblioteca. Non disdegn\u00f2 l\u2019attivit\u00e0 amministrativa, che svolse con impegno e competenza a vantaggio di tutti i cittadini e fu Cameriere Segreto di Spada e Cappa di Pio IX, per quattro volte Gonfaloniere di Ferentino nonch\u00e9 Sindaco dopo l\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia. I Giorgi furono una delle famiglie pi\u00f9 in vista nella Ferentino degli ultimi tre secoli, tanto che ottennero anche l\u2019iscrizione al ceto nobile della citt\u00e0. Le prime attestazioni della famiglia risalgono al 1514 quando i Giorgi, proprietari di fornace, risultano fornitori della Venerabile Fabbrica di San Pietro. Si \u00e8 voluto intitolare la Biblioteca Comunale di Ferentino ad Alfonso Giorgi in quanto il suo ricco archivio personale rispecchia gli interessi del classico erudito. Esso contiene manoscritti antichi di storia locale, schede e collezioni di epigrafi latine, appunti di archeologia e ricchissimo carteggio epistolare di autorevoli personaggi e studiosi ottocenteschi, relativo alle sue ricerche e studi. Alfonso Giorgi, valido epigrafista, fu socio dell\u2019Istituto di Corrispondenza Archeologico Germanico, sul cui Bullettino furono pubblicati testi epigrafici inediti. Lo studio delle antiche lapidi della provincia di Campagna e Marittima, da lui intrapreso, lo port\u00f2 a collaborare, tra gli altri, con T. Mommsen, B. Borghesi, G.B. De Rossi e W. Henzen. La &#8220;Biblioteca Privata Alfonso Giorgi&#8221;, cos\u00ec come si presenta attualmente, \u00e8 stata allestita nel 1980 ad opera di Pio Roffi Isabelli, ma solo nel 1989 \u00e8 stata regolarmente censita nell\u2019Annuario delle Biblioteche Italiane a cura del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali. Essa consta di circa 1400 volumi ed opuscoli che trattano di Diritto e Economia, Epigrafia Latina, Storia Ecclesiastica, Scienze Naturali, Filosofia e Lettere Classiche per un arco cronologico esteso dal 1500 al 1900.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Achille Giorgi (1824-1890)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Patriota, magistrato, primo sindaco di Ferentino (1871-1876), consigliere provinciale a Roma per il Circondario di Frosinone (1877-1880), spese la sua vita per l\u2019ideale dell\u2019unificazione e dell\u2019indipendenza italiana. Fu amministratore probo, saggio e lungimirante. Si distinse per la saldezza e l\u2019integrit\u00e0 del carattere, per la nobile gentilezza dell\u2019animo e per l\u2019intemerata onest\u00e0. Nella sua generosa azione amministrativa, animata da sincere convinzioni democratiche, Achille Giorgi si volse verso tutti i campi di interesse sociale, rinnovando e ammodernando le istituzioni municipali e prodigandosi per il progresso e l\u2019emancipazione della societ\u00e0 civile.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Alfonso Bartoli (1874-1957)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nato nel 1874 a Foligno, senatore nel 1939 ed archeologo, socio della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, nel corso di una ripetuta e lunga permanenza a Ferentino, effettu\u00f2 sulle antichit\u00e0 ferentinati notevoli studi in ambito archeologico e la nostra citt\u00e0 si onor\u00f2 di averlo quale cittadino onorario. A lui si deve il merito di uno studio approfondito relativo al Teatro, effettuato nel 1923, e in una lettera al sindaco di Ferentino, rievoca l&#8217; inatteso risultato di prolungate indagini archeologiche condotte sul sito.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Luigi Morosini<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nato a Ferentino nel 1866, frequent\u00f2 la scuola tecnica della citt\u00e0; interessato alle arti figurative, si iscrisse all\u2019Accademia delle Belle Arti a Roma, segu\u00ec il corso speciale per la conoscenza e lo studio degli stili architettonici greco, romano e rinascimentale; consegu\u00ec il diploma di professore di disegno architettonico e si iscrisse alla Scuola di applicazione per gli ingegneri di Roma e nel 1893 si laure\u00f2 in ingegneria. Il Morosini svolse attivit\u00e0 secondaria nei lavori di costruzione del Vittoriano insieme al cognato Giuseppe Sacconi e dopo la morte di quest\u2019ultimo \u2013 avvenuta nel 1905 \u2013 ottenne di entrare come ingegnere civile al Ministero dei Lavori Pubblici. In quello stesso anno si dedic\u00f2 ai lavori di restauro delle bifore romaniche di Palazzo Consolare emerse sulla facciata del Palazzo durante i lavori di demolizione della torre; lavori che termin\u00f2 nel 1909. Rimasto poco tempo al Ministero dei Lavori Pubblici, fu richiesto dalla Direzione Generale delle Belle Arti che lo destin\u00f2 in missione alla Soprintendenza dei Monumenti del Lazio, dove svolse la sua attivit\u00e0 per circa dieci anni. Sotto la guida dell\u2019archeologo Rodolfo Lanciani, Morosini ebbe l\u2019incarico di dirigere i lavori per completare la sistemazione della zona monumentale di Roma, in particolare per l\u2019isolamento delle Terme di Caracalla e del Colosseo. Nel ripristino e nella valorizzazione dei resti archeologici romani cerc\u00f2 di esaltarne la solennit\u00e0 monumentale, senza alcune volte considerare adeguatamente la ricchezza delle stratificazioni storiche, spesso indispensabili per una completa conoscenza dei monumenti. Nel 1906 il Consiglio Comunale di Ferentino affid\u00f2 al Morosini il progetto per la costruzione dell\u2019edificio scolastico per uso delle elementari maschili che si decise dovesse sorgere nel terreno adiacente la chiesa semidistrutta di San Lorenzo; la stessa costruzione avrebbe consentito di riutilizzare i muri ancora in piedi della chiesa medievale di San Lorenzo. Ma il progetto, approvato nel 1910, non fu mai realizzato per difficolt\u00e0 economiche connesse all\u2019esproprio del terreno. Dopo essere stato consigliere comunale a Ferentino dal 1907 al 1912, venne candidato per il mandamento della citt\u00e0 per il rinnovo del Consiglio Provinciale di Roma e riusc\u00ec eletto a grande maggioranza. In questi anni ebbe l\u2019incarico di Presidente della Giunta Generale del Consiglio ed ottenne la correzione del tronco stradale che collega Borgo Sant\u2019Agata al Vascello, favorendo la sistemazione degli odierni Viali Alfonso Bartoli e Guglielmo Marconi. Ebbe poi l\u2019incarico di progettare il nuovo altare per la chiesa di Santa Maria Maggiore e nel 1911 ne realizz\u00f2 uno imponente in marmo con decorazioni musive di gusto cosmatesco recante gli stemmi del Papa Pio X (1903-1914)e del Vescovo dell\u2019epoca \u2013 Mons. Domenico Bianconi (1897-1922). Tuttavia, nel 1979 la Soprintendenza ai Monumenti del Lazio ha fatto rimuovere l\u2019altare in quanto inadeguato al linguaggio cistercense dell\u2019edificio e l\u2019attuale altare a mensa risale al 1984 realizzato con materiale di spoglio dell\u2019opera di Morosini. Dietro incarico dell\u2019Amministrazione Comunale, esegu\u00ec lavori di manutenzione e totale rinnovamento della pavimentazione in quadrucci di basalto delle Vie Consolari e Cavour. Nel 1915 &#8211; dopo il disastroso terremoto &#8211; ricevette l\u2019incarico di progettare tutti i lavori occorrenti a riparare e consolidare gli edifici pubblici di propriet\u00e0 comunale danneggiati dal sisma. Nel 1922 ebbe l\u2019incarico dal Comune l\u2019incarico di progettare il Monumento ai Caduti della I Guerra Mondiale, da costruire al centro della Piazza Umberto I, la piazza principale della citt\u00e0. Mor\u00ec nel 1954 realizzando anche la tomba di famiglia, ricalcando il progetto sacconiano della cappella espiatoria di Monza in memoria di Umberto I. La vita e le realizzazioni di Morosini testimoniano il suo interesse per l\u2019antichit\u00e0 classica e le sue opere dimostrano un costante richiamo alla tradizione umanistica nel rispetto per le proporzioni armoniche e per le forme eleganti ed ornate in modo sempre sobrio. Pur essendo laureato in ingegneria, firm\u00f2 la maggior parte delle sue opere con il titolo di architetto, anteponendo la sua naturale disposizione artistica a quella pi\u00f9 propriamente tecnica.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Costanza Caterina Troiani (XIX sec. Beata)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di Giuliano di Roma, fu portata in Ferentino ad appena sei anni, dopo essere rimasta orfana di madre in modo assai drammatico. Il Vescovo di Ferentino l\u2019affid\u00f2 alle cure delle monachelle del Conservatorio di S. Chiara della Carit\u00e0. Maturata la vocazione religiosa, si fece suora nello stesso Conservatorio dove era stata accolta ed istruita; essendo maestra, si dedic\u00f2 all\u2019emancipazione delle ragazze dall\u2019ignoranza senza distinzione di classe sociale. Per i disegni imperscrutabili della Provvidenza Divina a 46 anni usc\u00ec dalla clausura per affrontare una straordinaria missione di evangelizzazione presso le popolazioni islamiche d\u2019Egitto al Cairo, dove apr\u00ec una casa non senza essere passata attraverso la rottura con la Casa Madre di Ferentino. Fond\u00f2 un nuovo Ordine, quello delle Suore Francescane Missionarie del Cuore Immacolato di Maria, dette d\u2019Egitto, al quale prima della morte della Madre la Casa di Ferentino si congiunse in un solo Ordine. Madre Caterina promosse un\u2019opera altissima di emancipazione delle fanciulle dalla schiavit\u00f9 e di soccorso per i bambini abbandonati (la vigna di S. Giuseppe) e per i derelitti. Segue il testo della lapide commemorativa apposta sulla facciata della casa madre della Congregazione fondata da Caterina Troiani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Don Giuseppe Morosini<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Medaglia d&#8217; oro al valore militare. Ordinato nel 1937, don Giuseppe Morosini divenne, nel gennaio del 1941, cappellano militare del 4\u00b0 Reggimento d\u2019artiglieria a Laurana. Trasferito a Roma nel 1943, dopo l\u20198 settembre entr\u00f2 nelle file della Resistenza collegandosi con la banda &#8220;Mosconi&#8221; operante a Monte Mario. Ne divenne assistente spirituale, ma si adoper\u00f2 anche per procurare armi e vettovagliamenti e, soprattutto, ottenere informazioni. Da un ufficiale della Wehrmacht, riusc\u00ec addirittura ad ottenere una copia del piano operativo delle forze tedesche schierate sul fronte di Cassino, che trasmise agli Alleati. Denunciato da un delatore, certo Dante Bruna, che ottenne in compenso 70 mila lire, don Giuseppe fu arrestato dalla Gestapo il 4 gennaio del 1944. Sottoposto a tortura, mantenne un orgoglioso contegno. Condannato a morte e ristretto a &#8220;Regina Coeli&#8221; nell&#8217; attesa dell\u2019esecuzione, si prodig\u00f2 per sostenere i compagni di carcere e gli ebrei che vi erano rinchiusi. Il 3 aprile 1944 il valoroso sacerdote fu trasportato a forte Bravetta per esservi fucilato da un plotone della PAI (Polizia Africa Italiana); all\u2019ordine di &#8220;fuoco!&#8221;, 10 componenti del plotone (su 12) spararono in aria. Ferito dai colpi degli altri, don Giuseppe Morosini fu ucciso dall\u2019ufficiale fascista che comandava l\u2019esecuzione con due colpi di pistola alla nuca Motivazione: Sacerdote di alti sensi patriottici, svolgeva, dopo l\u2019armistizio dell\u20198 settembre 1943, opera di ardente apostolato fra i militari sbandati, attraendoli nella banda di cui era cappellano. Assolveva delicate missioni segrete, provvedendo altres\u00ec all\u2019acquisto ed alla custodia di armi. Denunciato ed arrestato, nel corso di lunghi estenuanti interrogatori respingeva con fierezza le lusinghe e le minacce dirette a fargli rivelare i segreti della resistenza. Celebrato con calma sublime il divino sacrificio, offriva il giovane petto alla morte. Luminosa figura di soldato di Cristo e della Patria (Roma, 8 settembre 1943 -3 aprile 1944).<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Alberto Lolli Ghetti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Medaglia d&#8217; oro al valore militare. Alberto Lolli-Ghetti nacque a Ferentino il 4 maggio 1915 da Ambrogio e Lisa Sterbini; il padre era direttore delle Poste, la madre apparteneva ad una famiglia di proprietari terrieri. \u201cEsile, non alto, riccioluto e biondo, di lineamenti delicati, ma sbarazzini, vivace, ma buono\u201d, Alberto frequent\u00f2 le scuola elementare, avendo come maestro Cesare Pinelli; si iscrisse al Ginnasio nel Collegio \u201cMartino Filetico\u201d di Ferentino e durante il suo corso di studi cominci\u00f2 a maturare il progetto di \u201cfare carriera nell\u2019esercito\u201d, dove gi\u00e0 molti suoi familiari si facevano onore. Il padre Ambrogio, detto familiarmente Gino, di fieri sentimenti repubblicani e socialisti, educ\u00f2 Alberto ai doveri verso la Patria, ma anche alla difesa dei diritti del cittadino calpestati dal regime fascista, che in quel periodo governava l\u2019Italia. Il padre gli fece leggere, gi\u00e0 a quindici anni, I Miserabili di Victor Hugo, libro da lui definito \u201cla Bibbia dell\u2019Umanit\u00e0\u201d; inoltre lo educ\u00f2 alla pratica degli sport, specialmente l\u2019equitazione e lo sci. Conseguita la licenza liceale presso il liceo classico di Frosinone, Alberto si iscrisse nel 1935 alla facolt\u00e0 di giurisprudenza dell\u2019Universit\u00e0 di Padova; ma il suo desiderio rimaneva quello di diventare ufficiale del Regio Esercito ed entrare nell\u2019arma del genio militare. Alberto \u201ccome militare voleva rendersi utile, fattivamente, concretamente e con la propria professionalit\u00e0 concorrere alla costruzione di strade, di ponti, di fortificazioni, alle comunicazioni, ai trasporti specie nei momenti di calamit\u00e0 naturali\u201d. Nel 1936, dopo aver superato il concorso, entr\u00f2 con il 118\u00b0 corso nella \u201cRegia Accademia di Artiglieria e del Genio\u201d di Torino. Il 4 novembre 1938, prestato solenne giuramento di fedelt\u00e0 al Re, Alberto divenne ufficiale effettivo del Regio Esercito ed entrava nella Scuola d\u2019Applicazione, una scuola che preparava professionalmente e militarmente i giovani sottotenenti che la frequentavano. Nel 1940, all\u2019entrata dell\u2019Italia nel secondo conflitto mondiale, Alberto era in procinto di sostenere gli ultimi esami; come tutti i giovani suoi coetanei esult\u00f2 alla notizia e non desiderava altro che partire per dimostrare il suo valore e la sua preparazione. L\u2019ordine tanto atteso arriv\u00f2 il 13 dicembre 1940, mentre Alberto si trovava a Napoli per un periodo di addestramento: fu inviato sul fronte africano. Dopo un breve soggiorno a Tripoli, dove ebbe l\u2019amaro presentimento che la guerra sarebbe stata lunga, Alberto si stabil\u00ec, verso la fine di dicembre, con la sua compagnia alle soglie del deserto. Tra i soldati, che con lui condividevano la triste esperienza della guerra e del deserto, ebbe la felice sorpresa di trovarne ventisei provenienti da Ferentino. L\u2019operazione militare tanto attesa arriv\u00f2 il 21 novembre 1941: un reparto della 1\u00b0 Compagnia Genio Artieri d\u2019Arresto, al comando di Alberto, fu inviato nelle prime ore del mattino, forse le quattro, oltre le linee verso Tobruk. Il reparto doveva \u201csminare\u201d la zona a loro assegnata; il lavoro procedeva velocemente, quando furono attaccati di sorpresa dagli avversari. Alberto organizz\u00f2 subito la difesa e, dopo quattro ore di accerchiamento, riusc\u00ec ad aprirsi un varco, liberandosi dalla morsa nemica. A questo punto Alberto si accorse che la batteria tedesca rischiava di capitolare; allora torn\u00f2 indietro per prestare aiuto. Riusc\u00ec nell\u2019intento e aiut\u00f2 i soldati a mettersi in salvo, ma, mentre l\u2019operazione \u201crientro\u201d dei suoi uomini stava volgendo al termine, un proiettile di carro armato lo colp\u00ec, troncandogli quasi del tutto la gamba sinistra. \u201cLa tremenda ferita non gli imped\u00ec di combattere sinch\u00e9 non vide l\u2019ultimo geniere raggiungere le linee amiche; poi cadde stremato sul duro terreno desertico, intriso di sangue e di morte\u201d. Trasportato da un mezzo tedesco al 96\u00b0 ospedale da campo, sub\u00ec l\u2019amputazione dell\u2019arto: \u201crifiut\u00f2 l\u2019anestesia, per lasciare quel poco di cloroformio che rimaneva ad altri\u201d. Tra il 24 e il 25 novembre 1941 fu trasferito all\u2019ospedale della divisione e successivamente all\u2019ospedale da campo n. 893 di Derna. La sua agonia termin\u00f2 il 2 dicembre 1941. Motivazione Dotato di alto spirito di sacrificio, al comando di plotone artieri-minatori, si distingue per ardimento e capacit\u00e0 nella esecuzione, sotto continuo fuoco avversario, di lavori di approccio per l\u2019attacco di munitissima piazzaforte avversaria. Attaccato di sorpresa da forze corazzate, mentre \u00e8 intento al lavoro oltre le linee, raccoglie i propri uomini e contrattacca a colpi di bombe a mano. Successivamente, accortosi che una batteria di artiglieria sta per cadere in mano all\u2019avversario, con felice iniziativa e generoso cameratismo, accorre col suo plotone a compiere il lavoro di disancoraggio, egli stesso impugna un attrezzo, e, geniere fra i genieri, animando il febbrile lavoro salva la batteria. Prodiga quindi ogni sua energia per disimpegnare il plotone da critica situazione, e mentre sta per raggiungere l\u2019intento, viene colpito da proiettile di carro armato, che gli tronca una gamba. Incurante delle sue gravi condizioni, rincuora i genieri feriti e d\u00e0 disposizioni per il ripiegamento. All\u2019ospedale da campo subisce con stoica sopportazione l\u2019amputazione della gamba, e subito dopo la grave operazione si preoccupa di scrivere al capitano comandante la compagnia, per fornirgli notizie dei genieri feriti e chiedere quelle della compagnia. Morente, pronunzia superbe parole di soddisfazione per il dovere adempiuto e sublimi espressioni di devozione alla Patria. Fulgido esempio di salde virt\u00f9 militari. (Africa Settentrionale, novembre 1941).<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Giovanni Ballina e Ambrogio Pettorini<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vittime innocenti dell\u2019eccidio alle Fosse Ardeatine (Roma, 24 marzo 1944), Testo della lapide commemorativa, apposta nell\u2019androne del Palazzo Comunale di Ferentino dal Comitato \u201cGiovanni Ballina\u201d: Giovanni Ballina e Ambrogio Pettorini di Ferentino strappati con violenza agli affetti familiari conobbero torture e umiliazioni barbaramente trucidati il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine (Roma) furono vittime innocenti dell\u2019odio e della crudelt\u00e0 nazifascista. I familiari e la cittadinanza a perenne ricordo dei loro cari e degli ideali di giustizia e di libert\u00e0, Ferentino 24 marzo 2009 nel 65\u00b0 anniversario del martirio.<\/p>\n<hr \/>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Domenico Salvatori<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Medaglia d&#8217;argento al valor militare. Dopo aver conseguito la licenza elementare studi\u00f2 per tre anni presso il locale Seminario, approfondendo la propria cultura e fortificando la sua fede religiosa; nel contempo provvedeva ad aiutare la famiglia nel duro lavoro dei campi. All&#8217;et\u00e0 di 18 anni si arruol\u00f2 nell&#8217;esercito e fu inquadrato nel 1\u00b0 Reggimento di Artiglieria Alpina Torino, facendosi apprezzare per le sue qualit\u00e0 umane ed intellettuali oltre che di bravo soldato e raggiunse rapidamente il grado di sergente. Nella primavera del 1941 la sua Divisione, la \u201cTaurinense\u201d, fu inviata nei Balcani. Domenico e i suoi commilitoni sbarcarono a Valona e per mesi furono impegnati in operazioni di controllo del territorio albanese e montenegrino. Con l\u20198 settembre, alla firma dell&#8217; armistizio, i soldati italiani, senza ordini ed aiuti, finirono alla merc\u00e9 delle truppe naziste. Domenico ader\u00ec alla resistenza, entrando a far parte dell&#8217; Esercito Nazionale di Liberazione Albanese. Dopo lunghi mesi di lotta, Domenico fu catturato e sottoposto a duri interrogatori e torture affinch\u00e9 rivelasse i nascondigli e i nomi degli altri partigiani ed infine, visto che tali mezzi non sortivano gli effetti sperati, i suoi aguzzini passarono alle lusinghe, offrendogli la salvezza in cambio della sua collaborazione. I suoi sentimenti puri, il suo onore di soldato, la sua fede di cristiano non gli permettevano di far pagare alla sua coscienza il prezzo richiesto dai suoi carnefici. Il suo rifiuto netto e sdegnato alla lusinga della collaborazione in cambio della salvezza lo spinse direttamente verso un consapevole martirio. Sottoposto ad un breve processo farsa da parte del Tribunale Militare di Guerra di Shutari, il 26 ottobre 1944 fu condannato a morte per fucilazione, sentenza eseguita il 29 ottobre 1944.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Aulo Irzio Nato a Ferentino nel 90 a.C, censore di Caio Giulio Cesare dal 54 a.C. nel corso della conquista della Gallia. 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